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Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk...
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Ho deciso di modificare qualche cosuccia rispetto all’assetto del Best Of del 2007 e del 2008, giusto perché qua i dischi piovono che altro che polpette, e fare un top 10 a cui aggiungere dei panchinari di lusso e delle menzioni onorevoli mi pareva un pochetto restrittivo. Così una top 15 più altri due gruppi di dieci album mi è sembrata la soluzione migliore!
TINARIWEN Imidiwan: Companions. La loro onestà intellettuale ed artistica, nonché la bellezza della loro musica, corale e quindi profondamente autentica, non lascia molto spazio a dubbi: sono i Tinariwen i miei re. Non ce l’hanno fatta per un soffio due anni fa perché quegli invasati degli Akron/Family mi avevano prosciugato tutte le energie, ma per la sottoscritta il 2009 è l’anno della loro consacrazione. Imidiwan è compagno fraterno di Aman Iman, e compagno fraterno di mille ascolti. Un amico mi domandava se c’erano “delle chitarre” nei miei dischi dell’anno. Cavolo sì, e sul punto più alto del podio! Solo non erano quelle corrispondenti alle sue aspettative e alla sua rappresentazione mentale di ‘rock’…ma che chitarre, signori.
GUANO PADANO Guano Padano. Una autentica rivelazione dell’ultimo minuto. Basterebbe un pezzo come El Divino, di quella malinconia epica ed inevitabile che ti prende direttamente allo stomaco, per spiegare la mia immediata assuefazione nei confronti di questo disco. E fosse solo quello. Musica da sogno…per sognarci sopra. A ben vedere potrebbe essere tranquillamente un ex aequo con i Tinariwen.
MULATU ASTATKE’ & THE HELIOCENTRICS Inspiration Information Vol.3. Di parole per questo sodalizio tra il grande musicista etiope Mulatu Astatké e la cricca anglosassone guidata dal batterista Malcolm Catto ne sono già state spese in abbondanza, come è giusto che sia, da gente che ha credenziali mille volte migliori delle mie. Non mi resta che constatare con meraviglia l’estrema importanza, in un certo qual modo epocale, di questo progetto e dell’attitudine che vi sta alla base. L’ho scritto anche poco sotto per Bassekou Kouyate, ma sono davvero convinta che la rivoluzione (se ha ancora senso, da un punto di vista musicale, utilizzare questo termine nel 2010) stia transitando proprio da queste parti.
BASSEKOU KOUYATE I Speak Fula. Il quartetto di ngoni guidato da Bassekou Kouyate rappresenta qualcosa di incredibile, per il modo in cui si rapporta alla tradizione musicale del paese di provenienza (il Mali) e soprattutto per il sound che è in grado di creare: un magma unico e stupefacente di acide vibrazioni trainato da una sezione ritmica che galoppa a velocità siderali. La voce di Amy Sacko, moglie di Bassekou, racconta le loro storie con fervore, ospiti illustri ed amici come Toumani Diabate e Vieux Farka Toure impreziosiscono un diamante già dotato di valore inestimabile. L’immagine di Bassekou che imbraccia lo ngoni come fosse una chitarra e ne ricava faville me la porterò dietro per molto tempo. You say you want a revolution? Ecco, volgete pure lo sguardo da queste parti, lontano dai riflettori e molto, molto vicino alla sostanza delle cose.
JOHN ZORN O’o. Mi sento come una formichina dinanzi a codesto musicista, che nell’ultimo anno ha monopolizzato, nelle sue innumerevoli proposte ed incarnazioni, i miei ascolti. Ineffabile come il titolo di questo minuscolo tassello della sua discografia (O’o è un uccello hawaiano ormai estinto), la musica del Maestro – qui nella sua versione più fusion, suggestiva e melodica – è sempre assai difficile da commentare. Dunque mi limito a fissare su blog questo pensiero: sempre sia lodato Mr. Zorn.
ROBERTO JUAN RODRIGUEZ Timba Talmud. Il filo invisibile che collega i Caraibi al jewish-jazz? Direttamente dalla Tzadik, la scuderia personale del maestro Zorn, questo batterista e percussionista dal notevole curriculum (Joe Jackson, Marc Ribot) crea un universo sonoro assolutamente ammaliante e credibile, che dà voce e musica alle migliaia di ebrei emigrati in quel di Cuba. Da recuperare anche i lavori precedenti, tutti di caratura stratosferica.
CESARIA EVORA Nha Sentimento. Basterebbero il violino e la dolcezza di Noiva De Ceu per spiegare questo disco, e allora me li faccio bastare. Musica che è un balsamo per l’anima. Un’artista unica, dotata di umiltà ed espressività immense, e di un cuore che giganteggia, sfiora dolcemente e commuove.
KURT VILE Childish Prodigy. Kurt Vile è il classico indie-kid che ha tutte le carte in regola per starmi sulle balle, lui con quei capelloni lunghi e quelle pose da nostalgico grunge, chitarra elettrica maneggiata in modo da produrre giuste dosi di nebbiolina rumorosa shoegaze e titolo che più spocchioso non sarebbe riuscito a coniarlo neanche Mourinho. Ma scrive e suona delle canzoni di una dolcezza immane, non per temi e suggestioni, ma in quanto a spessore e fluidità del suono, che scorre tutt’altro che rifinito in una deliziosa salsa lo-fi, a volte più rumoroso, a volte sciorinando melodie per nulla zuccherose, che ti si appiccicano addosso tanto piacevolmente che…ho perso il filo, cosa stavo dicendo?
BONNIE PRINCE BILLY Beware. Vabbè, ma che altro posso inventarmi sul Principe senza correre il rischio di diventare ripetitiva? Questo sforna album ogni anno ad una velocità supersonica e per giunta sono uno più bello dell’altro. Non c’è nemmeno gusto a commentarlo.
KOBY ISRAELITE Is He Listening?. Forse non al livello di Dance Of The Idiots (2003) o dell’uscita per la serie Book Of Angels (Orobas, 2006), ma siamo comunque su livelli notevoli, dalle parti di una creatività e di una capacità sincretica (klezmer, jewish-jazz, folk europeo, metal!) felicemente fuori dagli schemi. Personaggio pattoniano questo Koby Israelite, ed è una delle mie personali figure chiave dell’anno appena concluso.
BILL FRISELL Disfarmer. Se vi parlo del mio rimanere completamente inebetita e incantata di fronte alla sensibilità artistica di questo immane chitarrista è come se scoprissi l’acqua calda, no? Quindi che ve lo dico a fare?
GRIZZLY BEAR Veckatimest. In ambito pop-rock credo che al momento non ci sia nulla di meglio. Melodie che a poco a poco ti si insinuano sotto cute, arrangiamenti mai scontati e canzoni semplicemente splendide. Con buona pace di chi li considera troppo “freddi”. Mah. Cogito ergo perplimo.
NOMO Invisible Cities. I NOMO sono un combo afrobeat-funk-jazz giunto alla terza uscita, artefici di un genere di musica che non mi stancherei mai di ascoltare. Possiedono quel talento necessario a far andare a braccetto Fela e Sun Ra, prediligendo suoni cosmici e ammantati di un quid di magia (la bellissima Nocturne). Veramente notevoli.
GROUP BOMBINO Guitars From Agadez Vol.2. Diamante grezzo scovato in loco dalla benemerita Sublime Frequencies (“suoi” anche Group Doueh e Group Inerane, per restare nella stessa area geografica), queste chitarre da Agadez, Niger, mi mandano in pappa il cervello. La qualità audio è, in certi casi, vicina alla field recording o a quella di un bootleg carcassone, ma si tratta, è doveroso specificarlo, di parte integrante della cultura di fondo della succitata etichetta. E poi poco importa, lo spirito di questa musica è quanto di più affine all’anima tribale e selvaggia del rock e del blues possa esserci. Amidinine è canto corale amaro e toccante, Boghassa (e in generale la seconda parte del disco…) è puro distillato di groove del deserto, un mantra che stordisce e che fa ondeggiare senza rendersene conto. Strepitosi e secondi forse solo ai Tinariwen.
QUANTIC & HIS COMBO BARBARO Tradition In Transition. Due Catti in top 15: Malcolm Catto ne sa una più del diavolo. Questo collettivo multietnico nato in Colombia sulle ceneri della Quantic Soul Orchestra ha creato un bignami di world music autentico, appassionato e festoso: afrocubanlatinjazz, per citare il nome di un blog fantastico (che tra le altre cose frequento spesso). Direi che è perfetta come denominazione.
…aka non sono riuscita ad approfondire per tempo, e dunque me ne pento e me ne dolgo:
Qui invece trovano posto gli esordienti o quasi all’incirca più o meno. Guano Padano, ovviamente, ma anche i portoghesi Gala Drop (giungla dub cosmica/fourth world???, mitici quelli di SentireAscoltare!), i già citati ethno/post-folkers Elfin Saddle, i bravissimi Land Of Kush, e i consueti fan di Elevators e Dead, i lisergici Ganglians (consueti nel senso che ne spuntano a vagonate ogni anno…).
Non credo sia un caso che entrambe siano strumentali. Poco fa leggevo un’intervista ad Alessandro “Asso” Stefana sul Mucchio di dicembre, e mi ha colpito molto questa frase, con la quale mi trovo senza dubbio in sintonia: “Le parole vincolano, costringono a concentrarti sul significato. La musica, quando è da sola, lascia la possibilità di interagire, di pensarci delle cose ‘sopra’ “. E che scenari mi si aprono dinanzi ascoltando El Divino e A Freak Serenade…
Ad eccezione del box stereo+mono della discografia beatlesiana (SLURP!), del quarto gnam-gnam-gnoso capitolo della serie Nuggets (dedicato alla scena di L.A.), e della stupenda e bollente compilation di beat/garage/funk/soul iberico della Soul Jazz (Sensacional Soul, Vol.2), il resto proviene dal continente africano. Tra Benin, Ghana, Etiopia, così come – sebbene qui non direttamente chiamati in causa – Nigeria, Senegal e Mali…il mio cuore musicale non è mai stato così vicino a questa immensa terra, a questi suoni e a questa umanità così autentica e calorosa.

MUSE The Resistance. Mi fan cagare da mo’, ma credo che con questo disco abbiano davvero toccato il fondo. Peccato, dal vivo – sorvolando su kitscherie eccessive e chitarroni spesso troppo tamarri – non sono nemmeno male.
Prima di concludere, spenderei una parola su bolachas e biscottini vari, ovvero gli impavidi blog musicali che, continuando a condividere con integerrima passione le proprie proposte musicali, hanno contribuito a cambiare considerevolmente le mie modalità di ricerca e selezione della musica. Se prima ero succube della mia wishlist (a sua volta succube di recensioni e articoli vari), adesso come adesso non vedo l’ora di essere stupita. Ciò non vuol dire che non mi metta più ad esultare come Galliani dopo un gol del Milan quando su bolachas mi trovo davanti un disco che cercavo da tempo, ma significa altresì che sono molto più disposta a lasciarmi attirare da un moniker fantasioso o da una copertina vagamente psichedelica, e ad affidarmi in tal modo al caso, al puro istinto. E quando si ha fortuna si scoprono tesori inimmaginabili…
…e credo che ciò si sia notato. Nell’ultimo paio d’anni mi sono resa conto di come quella peculiare scintilla, misto di emotività e di soddisfazione intellettuale, tipica della scoperta e dell’ascolto di musica nuova e bella, sia sempre più legata alle suggestioni di cui sopra. Ed in generale allo spaziare in orizzonti altri e diversi, al non precludersi alcunché, allo spostare sempre più in là paletti e steccati, al non restare ancorati al mi piace e al mio genere. C’è tanta, troppa musica là fuori che aspetta di essere ascoltata. Basta spalancare per bene mente, orecchie e cuore.


Leggendo un po' di bloggorama qua e là mi sto meravigliando di come il tempo delle classifiche di fine anno venga sempre più anticipato. Posso capire i siti o le riviste musicali, che hanno esigenza di chiudere il discorso il prima possibile...ma noi umili blogger? Sign o' times, in cui la tendenza ad andare di corsa e ad essere già proiettati verso il futuro prevale, anche inconsciamente, o semplicemente segno che le vacanze sono tali per tutti? Magari un po' entrambe, che dite? ;-)
CD1:
01 Jumpin' Jack Flash
02 Carol
03 Stray Cat Blues
04 Love in Vain
05 Midnight Rambler
06 Sympathy for the Devil
07 Live With Me
08 Little Queenie
09 Honky Tonk Women
10 Street Fighting Man
CD2:
01 Prodigal Son
02 You Gotta Move
03 Under My Thumb
04 I'm Free
05 (I Can't Get No) Satisfaction
CD3:
01 B.B. King: "Everyday I Have the Blues"
02 B.B. King: "How Blue Can You Get"
03 B.B. King: "That's Wrong Little Mama"
04 B.B. King: "Why I Sing The Blues"
05 B.B. King: "Please Accept My Love"
06 Ike and Tina Turner: "Gimme Some Loving"
07 Ike and Tina Turner: "Sweet Soul Music"
08 Ike and Tina Turner: "Son of a Preacher Man"
09 Ike and Tina Turner: "Proud Mary"
10 Ike and Tina Turner: "I've Been Loving You Too Long"
11 Ike and Tina Turner: "Come Together"
12 Ike and Tina Turner: "Land of 1000 Dances"


El Divino, presente in due versioni, è bella da mozzare il fiato, con quel suo suonare ‘alla Black Heart’: cuore desertico e incedere morriconiano, archi da epos struggente e tanto di fischio di Alessandro Alessandroni, lo storico ‘fischiettatore’ di Ennio Morricone, presente anche nel sognante e brioso bluegrass di Bull Buster. E poi ci sono le inquiete divagazioni di Jack Frost ed Epiphany, il surf bluesato e virato free-jazz della title-track, la esotica e splendida Del Rey, dotata di un crescendo finale a dir poco travolgente. E che dire di Danny Boy, che parte con un'intima chitarra acustica per poi evolvere in una ballad da altipiani aridi e assolati, con l’improvviso ingresso dei fiati a ricordare che sì, dentro a questa musica si nasconde, in modo neanche tanto misterioso, un languido spirito tex-mex. Deliziose istantanee classic country (Tromp Valley) si accompagnano ad intriganti ipotesi alt.country/roots (A Country Concept); infine, è come minimo doveroso concedere una menzione speciale ad un inaspettato e bravissimo Bobby Solo (!), che si esibisce in una cover da brivido di Rambin’ Man di Hank Williams.


...onde per cui, direttamente da uno sperduto antro del mio hard-disk, Victor Démé dal Burkina Faso.

