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Nome: FeDz
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Tutto ha inizio con le note di un banjo, vibrazioni che sembrano arrivare da una prateria lontana, impossibile da collocare sulla carta ma che è là, esiste per certo, ed è sconfinata.
E dura ventiquattro minuti di emozioni sospese, che veleggiano nell'aria, leggere, come bolle di sapone.
Il flauto piano piano le disperde, ma resta il profumo, e il loro eco non smetterà mai di risuonare.

Foto di Ellis
1) Il momento più divertente della Confederations Cup? Non ho dubbio alcuno...
2) Riuscirò a trovare entro la fine dell'anno Road To Damascus della Municipale Balcanica senza doverlo per forza ordinare dal loro sito ufficiale? Mistero della fede.
3) Il Beli andrà davvero ai Phoenix Suns, passando da Hippy City alla Terra dei Cactus?
4) Un triplo uscito di recente e da acquistare a scatola chiusa (e no, non è illo Rated O degli Oneida)?

5) Giocate con me a cambiare look a Barbie Patrick Wolf! Come lo preferite, in versione Draco Malfoy virato Twilight?

Oppure con un look ispirato a Antony?

O in versione Capitan Harlock del nuovo millennio?

6) Questo è il fine settimana di Glastonbury, sigh...

P.S.: ma che cacchio ci fa Lady GaGa nella lista degli invitati??? E' uno scherzo, vero?
7) E con queste 'pillole di pensieri sconnessi' vi saludo, vado a Parisss qualche giorno.
Ecco ecco ecco...

...da qualche settimana a questa parte (ma già si sarà capito) sto attraversando una impegnativa quanto appassionata fase di "ripasso/approfondimento della lezione krauta", e mamma mia che forziere sconfinato di meraviglie, tra un Neu! e un Popol Vuh, tra un Amon Duul ancora da scoprire e un imponente Can...
...e beh, che volevo dire? Che adoro gente come i Motorpsycho, e credo che senza una band come loro il rock dell'ultimo ventennio sarebbe stato assai più triste...
...però caspita, che obolo di riconoscenza devono a un gruppo come i Neu!?
...cioè, capite che dopo aver ascoltato una roba come quella di cui sopra, o comunque uno qualsiasi dei primi tre Neu!, diventa quantomeno doveroso rimettere un po' in prospettiva alcune certezze o pseudo-tali. Il che non significa che mi senta in obbligo di rinunciare al culto dei miei capelloni norvegesi preferiti, che pure hanno alle spalle una carriera notevole, vero e proprio laboratorio di esperienze e fonti di ispirazione tra le più disparate ma mai banalmente accostate e mescolate, dal metallo più pesante alla psichedelia - teutonica ma anche nelle sue vesti solari e tipicamente americane - , passando per l'indie-rock e per il free-jazz...(ho preso loro a titolo di esempio, avrei potuto anche pescare un...Oneida, per dire)...
...e con questo non voglio nè idealizzare il passato, nè sminuire l'oggi musicale soltanto perchè ha avuto la sfiga di 'venire dopo', quando ormai 'tutto era già stato fatto'.
No, è che certe cose sono dei dati di fatto, e non resta che prenderne atto. Il che non vuol dire smettere di infilare nel lettore o di spararsi nelle orecchie un Timothy's Monster o un bel Roadwork, o in generale non ascoltare più tutto ciò che si preferisce senza stare a farsi tante menate.
Poi dipende, ovviamente, da come ci si approccia e da come si vive la Musica, ma credo sia giusto in casi come questi ricalibrare un po' i pesi all'interno delle proprie categorie di riferimento, che in quanto tali sono in perenne divenire e che, volente o nolente, devono venire a scontrarsi con qualcosa che le metta in crisi.
A pensarci bene l'atto di gratitudine i Motorpsycho lo hanno anche fatto, intitolando Uber Wagner il pezzo iniziale di It's A Love Cult...
...chissà perchè ho come l'impressione che il riferimento alla terra tedesca non sia granchè legato a Wagner, o che per lo meno non sia da intendersi in modo così letterale...

E fu così che persino un post originariamente pensato come 'breve' ("Ora scrivo una cosina, ma proprio un flash!") diventò lontano parente della bambola Sbrodolina...azz, non ci posso fare niente. E che la Sbrodolina mi stava pure sulle palle, come tutte le altre bambole, ma tant'è. Saludos.

Seeeeeeee, sono proprio loro. Sono tornati sulle scene dopo un paio d'annetti.

Meat Puppets - Sewn Together
[Megaforce Records, 2009]
La prima impressione, qualche settimana fa, fu piuttosto scialba. Sewn Together è invece cresciuto notevolmente con gli ascolti, grazie soprattutto alle intuizioni melodiche di Curt Kirkwood, che non rivelano la propria consistenza nell’immediato ma che sul lungo periodo si dimostrano in larga parte vincenti, e grazie alla consueta perizia tecnica (Curt è un chitarrista pur sempre notevole, e rimando in tal senso al clip di The Monkey And The Snake in versione acustica a fondo post, con lo splendido assolo improvvisato nel finale).
Si parte con la title-track: assolo di slide, pop-rock song col gancio melodico che non ti si schioda neanche a volerlo, marchio di fabbrica degli ultimi Puppets (e non solo). La successiva Blanket Of Weeds valga a titolo esemplificativo dell’intero album, indie-rock pregevole in cui il mestiere, se pure mai in modo troppo sfacciato, tende a prevalere sulle zampate graffianti dei tempi migliori.
Ma si cambia presto marcia con I’m Not You: banjo, giro di basso e incedere ritmico alla Walk Like An Egyptian (meno patinata, questo è ovvio), sostanzialmente un cow-punk contagioso e, come al solito, ottimamente suonato.
Sapphire e Go To Your Head sono le classiche ballads a-la Kirkwood, simili in quanto a mood, rispettivamente, a This Song e a Vultures (Rise On Your Knees, 2007). Ed ora che ci ripenso, anche le pianistiche Clone e Smoke non si discostano molto da quel genere di canzone. Ma le ‘vecchie’ The Wind And The Rain, Wish Upon A Storm, così come That’s How It Goes, erano decisamente un’altra cosa.

Rotten Shame, al contrario, è cazzuta quanto i pezzi - freschi e scattanti - di quel Monsters del 1989, o di quell’ancora precedente e fantastico Huevos del 1987, e dimostra perché sia una fortuna che i Meat Puppets, nonostante gli anni di fatiche artistiche e personali alle spalle, esistano ancora e continuino a fare musica. La versione acustica della succitata Rotten Shame (video sempre a fondo post) manda al bar nei secoli dei secoli recenti Foo Fighters con velleità da Nirvana Unplugged Revival. Questo, questo altro, e pure codesto, sono poi ulteriori ragioni aggiuntive. Cioè, per dire, dove la si trova un’altra punk-rock band che sappia suonare sul serio???
Ma torniamo a bomba. I cambi di tempo di S.K.A. non convincono fino in fondo, mentre Nursery Rhyme punta su ritmi agili e su quel classico ritornello killer dall’appeal melodico favoloso che è forse ciò che riesce meglio al Kirkwood odierno. The Monkey And The Snake è puro distillato di primi Puppets, un incalzante country-stomp che non avrà l’indolenza trasognata (e stra-fatta) di una Lost o di una Magic Toy Missing (Meat Puppets II, 1984), e nemmeno l’andamente funkeggiante, fischiettante e scazzato di una Maiden's Milk (Up On The Sun, 1985), ma fa battere il piede e strappa pure un sorrisetto. Il funky che si tramuta in banale soft-rock di Love Mountain è stato scelto, ahimè, per chiudere il disco.
Alti e bassi, alla resa dei conti, e tutto sommato un lavoro che vola a quote meno elevate del precedente Rise To Your Knees del 2007, a mio modo di vedere album maturo e di tutto rispetto, sicuramente uno dei vertici della carriera recente di Kirkwood e soci.
E’ chiaro che i Puppets non sono e saranno più i geni cazzoni dei primi anni ’80, capaci, una volta metabolizzata la fase hardcore, di passare da una “Lost on the freeway againnnnnnn” alla definizione di una sorta di ‘psichedelia delle praterie’ che li fece apparire, alle mie orecchie, come dei novelli Grateful Dead (o Quicksilver Messenger Service...) non jammaroli e cresciuti come dei punkettoni bovari (detto con immenso affetto, si capisce) invece che sulla West Coast. E non sto parlando semplicemente delle arci-note Oh Me, Lake Of Fire e Plateau, ma in special modo di roba come Aurora Borealis e We’re Here…
Il loro modo di intendere il rock si è evoluto nel corso degli anni, giungendo ad un indie-rock maturo che tuttavia non disdegna il lato più estroso e divertente della formazione, che può sempre contare sul talento di Curt e sull’energia dirompente dei live shows.
Ecco, se non si parte con chissà quali aspettative e se lo si considera nel modo di cui sopra, allora Sewn Together è un album godibilissimo.
Il motivo per cui, oggi come oggi, quando sfoglio (più o meno virtualmente) i nuovi Mucchi, Rumori, Onde Rock, SentireAscoltare, vado subito-immediatamente-in un battibaleno alle ristampe è presto spiegato...

Died Pretty - Free Dirt
[Citadel, 1986]
01. Life To Go (Landsakes)
02. Just Skin
03. The 2000 Year Old Murder
04. Next To Nothing
05. Blue Sky Day
06. Round And Round
07. Wig-out
08. Laughing Boy
09. Through Another Door
10. Stoneage Cinderella
11. Yesterday's Letters
...Free Dirt degli australiani Died Pretty (uscito nel lontano ma non troppo 1986, argh, avevo quattro anni!) ne è un valido esempio.
Il sax che manco Clarence Clemons della E-Street Band in Through Another Door, l'epica quotidiana alla Dream Syndicate di Life To Go (Landsakes), i violini da stomp deragliante e impazzito di Wig-Out, l'onnipresente organo alla Chris Cacavas, quel sentire così legato alla tradizione e al contempo così chiaramente 80's di Blue Sky Day (violino e mandolino!), ballad da aussie bush attraversato in un mood decisamente psichedelico come The 2000 Year Old Murder, e le lunghe Just Skin e Next To Nothing, quest'ultima con una sfuriata di sax sofferente che proprio non ti aspetti...
E via a buttarsi sui Triffids ora...

Land Of Kush - Against The Day
[Constellation, 2009]
1. The Light Over The Ranges
2. Iceland Spur
3. Bilocations
4. Against The Day
5. Rue du Départ

Land Of Kush è il progetto di un musicista e compositore di Montreal, Sam Shalabi, chitarrista e suonatore di oud, attivamente coinvolto nella brulicante scena jazz e avant-rock della città canadese da un po' di tempo a questa parte. Sì, se Against The Day è pubblicato da Constellation un motivo c'è, e risulterà ulteriormente chiaro alla fine.
Veniamo dunque a questo trip allucinante, cinque brani per un'ora di durata.
The Light Over The Ranges è incipit tanto azzeccato quanto fuorviante, quasi sette minuti di rumori assortiti e caos electro che sconfinano...
...in Iceland Spar, forse il pezzo più paradigmatico di questa vera e propria orchestra di circa trenta elementi, esemplificativo sul piano del sound e dell'approccio compositivo: una suite di quattordici minuti che non si riesce davvero ad imbrigliare in alcuna categoria, se non in quella, da intendersi nel senso più autentico e ampio del termine, di world-music. Il canto maschile, obliquo e quasi sussurrato, è sorretto e, anzi, quasi occultato da un impianto possente e corale, fatto di strumenti tipici tanto della tradizione occidentale (basso, batteria, chitarra elettrica, archi e fiati) quanto di quella medio-orientale e nord-africana (oud, darbouka, qanun?). La composizione procede con battiti percussivi che scandiscono l'incedere e si mescolano meravigliosamente alle sfuriate free dei fiati. E che altro? Ah sì, una chiusura affidata ad uno strumento a corde della tradizione araba, che anche in questo caso fatico a identificare...potrebbe essere, ma sto tirando a indovinare, il qanun di cui sopra, una sorta di arpa di ottone e legno che viene appoggiata orizzontalmente sulle ginocchia, quasi una lap steel per la modalità d'uso e incredibilmente anche per il suono. Un suono che si prolunga, liquido, fino a moltiplicarsi, anzi, a duplicarsi in...
...Bilocations, che inizia con una chitarra in vena di post-folk/ambient drone, e nemmeno fai in tempo a catalogare questa improvvisazione (John Fahey libero a suonare nel deserto?) che, tempo tre minuti, giungono i battiti magrebini delle percussioni (la darbouka), il suono dell'oud e degli archi, e una fascinosa voce femminile, molto calda e soul, a raccontarci una storia. La suite si snoda per ventuno caleidoscopici minuti, accogliendo fiati medio-orientali, svisate free-jazz al minuto dodici, calme apparenti che non nascondono la propria inquietudine (dal minuto quattordici), voci bianche (dal minuto sedici) che vengono poi soppresse da remoti cigolii e dal rumore di un qualche cosa che non si sa se definire interstellare o in altro modo, un qualche cosa che pare avvicinarsi...
...per atterrare, infine, in Against The Day: il rumore viene coperto da un caos di fiati che preannuncia un incalzante crescendo ritmico rimpolpato da chitarre elettriche e da linee di basso precise e perentorie, che conducono in un gorgo quasi apocalittico, in cui voci spettrali si alternano in un dialogo con synth e con archi che profumano di Africa e di Oriente. Da pelle d'oca. Ma non è finita qui, perchè un rullo di tamburi ci accompagna...
...in Rue Du Départ, la strada della partenza. Che non ha strutturati preamboli, anzi, inizia sempre con quel caos globale e cosmico che, deduco soltanto ora, è una metafora dei tempi che corrono. Archi, percussioni, fiati, chitarre, effetti elettronici, il tutto frullato insieme in maniera folle. Una conclusione inquieta e tendente al grigio-nero dunque, perfettamente in linea con il resto dell'album.

L'attitudine libera e sperimentale è tipicamente canadese e constellationsiana: è un disco che facilmente piacerà, a mio modo di vedere, ai fan orfani di alcuni pilastri dell'avanguardia post-rock di Montreal, leggi alla voce Godspeed You! Black Emperor, e pure a quelli dei Silver Mt. Zion.
Il contenuto, invece, è felicemente e meravigliosamente NC, non catalogabile.
I dischi che dicono qualcosa di nuovo, e che lo fanno non soltanto di testa, ma anche di pancia e di cuore, si possono ormai contare sulle dita di una mano. Ma per fortuna esistono ancora.

Peter Walker - Spanish Guitar
[Birdman Records, 2009]
Peter Walker è un virtuoso della sei corde, uno di quei musicisti semi sconosciuti che ciononostante rivestono una importanza immane. Per dire, gente come James Blackshaw e Jack Rose, con ogni probabilità, avrà nel portafogli anche un suo santino, oltre a quello di Fahey.
Di recente tornato alla ribalta con un nuovo lavoro (Echo Of My Soul del 2008) dopo una pausa durata ben 40 anni (leggo anche che è stato omaggiato con un disco tributo nel 2006), pubblicò almeno un paio di album di culto nei sixties (Rainy Day Raga del 1967 e Second Poem To Karmela del 1969), pietre miliari di quel fingerpicking raga oriented che per certi versi lo accomunò a Robbie Basho.
Questo Spanish Guitar è stato registrato dal vivo in California nel 2006, ed esprime l'immensa passione di Walker per la chitarra spagnola e per certi suoni ispirati al flamenco. E' un disco imbevuto di grazia leggiadra, trasporto e maestria dal primo all'ultimo secondo.
Sono soldi spesi bene. Anzi, benissimo, e con orgoglio.














The Charlatans - Alabama Bound (Long Version)
Poco fa stavo ascoltando questa amazing raccolta dei Charlatans (The Amazing Charlatans, 1965-1968), e nel mentre mi viene un dubbio relativo all'autore della magnifica Number One (che poi scopro essere scritta, in realtà, dal loro mitico chitarrista e fondatore, Mike Wilhelm). Mo' che fo? Vado su Amazon, che tanto so che non mi aiuterà in quel senso ma almeno butto l'occhio sulle offerte, magari usate, per il CD originale...
Beh, sapete che Amazon, come molti altri siti, propone una serie di album e artisti correlati al prodotto ricercato, no? Il classico "Customers who bought this title also bought...". Bene, è confortante sapere che dei "titoli correlati a The Amazing Charlatans" non me ne manca nemmeno uno...





Ahò, con le psichedelicatessen dei tempi migliori sono peggio che con le figurine...
...ce l'ho, ce l'ho, ce l'ho...questa ce l'ho, questa pure...questa, vediamo...CELO!
1) Da 1 a 10, quanto vi stanno sulle palle i tre fighetti (o fighette) della band della pubblicità della Tim? Che già Bocelli mi sta sul piloro, e la loro versione edulcoratedpopfintorock di Con Te Partirò è una roba di un osceno che manco il Tizi nazionale. E vogliamo parlare di Fiammetta la tastierista che, oltre ad avercela solo lei, non è manco in grado di fingere di saper suonare?
2) Fortuna che ci pensano Kobe, Hedo & Co a tirarmi su di morale. Gara 2 palpitante, senza spoilerare (eh). E scambio d'antologia Buffa/Tranquillo:
[...a proposito di Jack Nicholson che come di consueto segue i Lakers da bordo campo allo Staples Center, e che si mostra un filo più inquieto del solito...]
FB: Non lo vedevo così incazzato dai tempi di Shining!
FT: Sì, ma qui fa meno paura...
Secondo me faceva più paura lo sguardo serpentesco di Kobe in Gara 1, ma è un'opinione personalissima...

3) No, ora che ci ripenso...sapete cosa mi fa più paura in assoluto? Più di Nicholson e Kobe messi insieme?
Il nuovo album dei Mars Volta. Preparate il digerseltz, e si salvi chi può. La premiata ditta Bixler/Rodriguez Lopez lo ha definito come un disco acustico e più semplice. Sì, ma ricordatevi sempre di chi stiamo parlando, e che il concetto di 'semplice' è moooolto opinabile e dai contorni sfumati. Oh, ce l'ho pure lì, non sia mai...ma chissà perchè non mi viene quella immensa voglia di ascoltare questa loro nuova fatica (in tutti i sensi), dal titolo programmatico "Octahedron"...
4) In compenso mi fa groovare di brutto il nuovo di Tony Allen, Secret Agent. Sempre di afro-beat senza chissà quali sconvolgimenti si tratta, ma scorre via che è un piacere, tra pezzi di buona caratura, ottimi strumentisti (oltre, ovviamente, ad Allen medesimo alla batteria), piacevoli cori soul femminili e l'uso tanto inaspettato quanto piacevole della fisarmonica in un paio di brani. Forse un po' ingenuo ma sincero e carico di ottime vibrazioni l'afflato tra pop, gospel, e afro-beat di Celebrate, un potenziale hit se non fosse per la durata che si aggira intorno agli otto minuti. Sì, siamo sinceri, il disco di Seun Kuti dello scorso anno era di un altro pianeta, ma in questo periodo un nuovo lavoro di Tony Allen è molto più che ben accetto. Yez, celebrate your life.

5) Ormai ho imparato che ai 9 dati da Rumore bisogna fare, se non la radice quadrata, almeno una sottrazione di 1-2 punti...ricordo ancora quel votone della miseria che mancofosseMellonCollieoSiameseDreamRedux che Cerati diede al disco dello scorso anno degli ormai scarichi Pumpkins. Roba che all'epoca mi illuse giusto un po'. Poi Onda Rock e SentireAscoltare (a propo', date un'occhiata al nuovo sfavillante sito!) rimisero le cose nella giusta prospettiva. Mo' ricapita la stessa questione col nuovo dei Sonic Youth, disco del mese col consueto 9 su Rumore e bocciato col 5 da Onda Rock. A mio modo di vedere in questo caso (anzi, spesso) la verità sta nel mezzo. The Eternal è il classico album dei Sonic Youth, con tutto ciò che questo comporta. Indi siamo sempre su buoni livelli compositivi, ma la maniera è ben più che dietro l'angolo.
Non è neanche la prima volta che mi capita di notare questa discordanza di giudizio tra alcuni dei miei maggiori punti di riferimento sul piano della critica. Last but not least, il 4 secco di Onda Rock rifilato al ritorno di Ferretti coi PGR, e la buona recensione da parte del Mucchio. E qui si aprirebbero interessanti scenari di discussione sui criteri di valutazione utilizzati dai critici musicali, al di là della ineliminabile quota di soggettività presente, ovvio. Ma un post taggato 'trash' non mi sembra il luogo, e al momento non sono granchè in vena...
6) Domanda: perchè ascoltare un gruppo come i Wooden Shijps (che ad ogni modo fa la sua porca figura dal vivo) quando gli dei della musica ci hanno già donato i Guru Guru, i Can, i sublimi Neu! e, mo' sparo la bomba courtesy of Mucchio, Agitation Free? Perchè si vive nel presente e non nel passato? Ci può stare, ma non mi convince come risposta...



7) Chi mi conosce sa quanto io adori i Meat Puppets, e quanto li consideri ben più del 'gruppo idolatrato e omaggiato dai Nirvana nel famoso Unplugged'...
...e se...e se l'altra band di culto di Cobain, i misconosciuti Vaselines, fossero degni almeno la metà dei Puppets? La versione originale di codesto pezzo che tutti conoscerete a memoria mi stuzzica assai...in più 'sti due mi sembrano sullo slacker andante il giusto...
