Un blog musicale a metà tra il serio e il faceto

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Utente: SigurRos82
Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk... Disco del mese (novembre): Cesaria Evora - Nha Sentimento (2009)

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lunedì, 31 dicembre 2007
Buon 2008!

 

Che il vostro finale e il vostro inizio siano magicamente...pieni di buona MUsica

Postato da: SigurRos82 a 14:23 | link | commenti (5)
buon 2008

sabato, 29 dicembre 2007
Brian Eno - By This River (1977)

Here we are

Siamo qui

Stuck by this river,

ipnotizzati da questo fiume

You and I

tu ed io

Underneath a sky that's ever falling down, down, down

sotto un cielo che continua a cadere, cadere giù

Ever falling down.

continua a cadere giù

Through the day

Dopo aver attraversato il giorno

As if on an ocean

come se fossimo in un oceano

Waiting here,

stiamo aspettando qui

Always failing to remember why we came, came, came:

sempre senza riuscire a ricordare perché siamo venuti

I wonder why we came.

mi domando perché siamo venuti qui

You talk to me

Tu mi parli

as if from a distance

come se lo facessi da una grande distanza

And I reply

ed io rispondo

With impressions chosen from another time, time, time,

con sensazioni, prese da un altro, un altro tempo

From another time.

da un altro tempo

 

Postato da: SigurRos82 a 18:42 | link | commenti
brian eno

venerdì, 28 dicembre 2007
Who Is it?

Dai, prendiamo un disco dallo scaffale. Non ho propria voglia di mettermi a studiare. Cosa c’è in copertina, un lavandino? Un lavandino con due rubinetti. Quello sulla sinistra riporta la scritta Hot, e quello sulla destra, a rigore di logica, dovrebbe dispensare Cold water…ma in realtà qua dentro di logica ce n’è ben poca. Solo geniale, lucidissima follia.

 

Big Swifty è un circo delirante di diciassette minuti e ventidue secondi, a metà tra rock, jazz, vaudeville…insomma, Musica. Straripante. Debordante. Inclassificabile. Che ti prende subito per la gola. Ecco che fa poi capolino Your Mouth, pezzo di tre minuti che ti spinge persino a canticchiarne il ritornello. E poi vediamo cosa arriva…i quattro minuti di It Just Might Be A One-Shot Deal. Toh, un roba quasi pop, con una chitarrina finale degna dei Beach Boys. Non si fa in tempo a riprendersi dallo stupore che, senza soluzione di continuità, sopraggiunge – annunciata da ottoni orchestrali - la title track, che con i suoi undici minuti e diciassette secondi ci riporta allo straripamento di cui sopra, con quel crescendo finale e quei fiati trionfali che non vorresti terminassero mai e che invece sfumano troppo, troppo presto…

 

Sono passati appena trentasei minuti, poco più di mezz’ora. Una magica mezz’ora.

 

Ah, prima che mi dimentichi…sul rubinetto destro c’è scritto Rats.

 

Hot.

 

Rats.

 

Ma non è questo il titolo dell’album. Anche se, a ben vedere, vi ho dato un indizio notevole.

 

 

 

E insomma, un altro po' di suspance, no?

 

Si tratta di un altro dei miei Frank Zappa preferiti (oltre a quello dei Ratti Caldi di cui sopra, come è ovvio che sia), e cioè quello di Waka/Jawaka. Uno di quei dischi che potrei ascoltare all’infinito senza timore di stancarmi, scoprendone ogni volta, misteriosamente, qualche sfumatura inedita o qualche dettaglio apparentemente banale che in realtà si rivela magicamente soltanto piano piano, volta per volta. Time after time. Ascolto dopo ascolto. Waka. Jawaka.

Postato da: SigurRos82 a 16:58 | link | commenti (7)
frank zappa

giovedì, 20 dicembre 2007
Il Meglio di...

Dovete sapere che uno dei miei passatempi preferiti – oltre a rompere le scatole agli amici che non conoscono Sufjan Stevens – è quello di stilare classifiche: a cominciare da quella ‘classica’, i venti-trenta dischi da isola deserta, fino a cose anche più malsane e da freak come ‘I dieci migliori album di ogni decennio’ e via dicendo. Non so per quale motivo. Forse perché mi dà un senso di controllo al limite dell’ossessivo. Forse perché non sono poi molto normale, il che è anche plausibile. Fatto sta che è da diversi anni che mi ci dedico con particolare dedizione (o ossessione, a volte i due termini sono nel mio caso intercambiabili). Dopo questo doveroso incipit, veniamo al sodo: il 2007 è ormai agli sgoccioli ed è tempo di bilanci. E’ tempo dei venti migliori, dei panchinari di lusso aka menzioni onorevoli, dei fuori quota perché live o ristampe, di quelli che ti fanno domandare “Ma ci sono o ci fanno?”, di quelli che – causa mancanza di tempo/divieto di clonazione umana – non sono ancora riuscita ad ascoltare, e infine delle personali delusioni della serie “Mi aspettavo di meglio, cacchio quanto mi dispiace, ma-anzi-no- dato-che-sparare-sulla-croce-rossa-a-volte-me-gusta-assai”.

A voi, enjoy J

P.S.: Perdonate i ‘troppi perché’, ma mi andava così J

TOP 20

1) Akron/Family – Love Is Simple

Perché, similmente a quanto ho scritto poco sotto per i Tinariwen, sono una delle poche band del panorama attuale ad incarnare, con passione, talento e personalità, il vero spirito rockedelico (scusate il neologismo): questo Love Is Simple porta a compimento quanto promesso nei lavoro precedenti, in modo anche superiore a quanto era lecito aspettarsi. C’è di tutto qua dentro, ma davvero di tutto, amalgamato con classe e con un’attitudine free che fa spavento per quanto è genuina. Hanno indubbiamente studiato i classici, ma non a memoria. Dal vivo fanno macelli, e il dvd allegato lo dimostra chiaramente: i pezzi diventano quasi irriconoscibili, trasfigurati a seconda dell’urgenza  creativa del momento. Geniali come pochi, attualmente. Ed Is A Portal è la mia canzone dell’anno.

2) Tinariwen – Aman Iman: Water Is Life

Perché questi uomini-blu rockettari sono la reincarnazione dei Grateful Dead prima maniera, non tanto a livello strettamente musicale, quanto sul piano dell’attitudine più genuinamente psichedelica e libera. Canzoni corali perché davvero sentite, impreziosite da chitarre bluesy che manco Jimi. Fenomeni.

3) Getatchew Mekuria & The Ex – Moa Anbessa

Perché col sax trascinante del Signor Mekuria possono andare dove gli pare, disco bellissimo, con una carica che non riuscirebbero ad avere nemmeno dieci punk-bands di ragazzini sbarbatelli messe insieme: ascoltare l’incipit, Ethiopia Hagere, per credere.

4) La Otracina – Tonal Eclipse Of The One

Perché riconoscere, nell’ultimo pezzo, Ode To Amalthea, la celebre melodia utilizzata in Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo per comunicare con gli extraterrestri, mi ha fatto esclamare “Toh, che genialata!”. Scherzi a parte, gran bel disco di space-rock hendrixiano-hawkwindico, che cresce decisamente con gli ascolti. A mio parere, rispetto al pur interessante e pazzo primo album Love, Love, Love, ha molto più senso questa seconda uscita: l’attitudine free è stata sì imbrigliata, ma la loro musica ne ha guadagnato in compattezza e solidità, contenendo brillantemente gli eccessi e la dispersività del precedente lavoro.

5) The Good The Bad & The Queen – S/T

Perché, nonostante la mia antipatia per Mr. Damon “So’ Inglese ma anche multietnico perché ho fatto un disco in Mali” Albarn, devo ammettere che, ancora una volta, il suddetto (aiutato da comprimari di lusso come l’ex batterista di Fela Kuti, Tony Allen, bisogna specificarlo) ha estratto dal cilindro un gran bel lavoro: scazzatamente poetico, musicalmente retrò ma anche proiettato nel futuro. Soldier’s Tale e Green Fields sono dei classici istantanei.

 

 6) Radiohead – In Rainbows

Perché quando pensi che i Radiohead possano fare un disco brutto, TRAC!, mettono a tacere qualunque timore. Nessuna rivoluzione, anzi, quasi un tornare alle origini senza particolari fronzoli, il tutto fatto con l’esperienza e la classe dei grandi.

7) Arcade Fire – Neon Bible

Perché sono dei bastardi: non sono una a cui piace sentire in repeat lo stesso brano più e più volte, ma con Keep The Car Running è praticamente impossibile non avvicinarsi col ditino all’apposito tasto. Dave Grohl ha detto, prima di proporre una cover dal vivo di questo pezzo, che lo ascolta ogni mattina appena sveglio: sono d’accordo, è un ottimo modo per iniziare la giornata.

8) Sir Richard Bishop – Polytheistic Fragments

Perché è un must per tutti gli amanti delle chitarre acustiche pizzicate nelle più differenti modalità: si va da John Fahey a Django Reinhardt, fino a lambire territori psichedelici e raga. Come si suol dire: capé (in perfetto gergo dialettale).

9) Glenn Jones – Against Which The Sea Continually Beats

Perché è uno dei ‘fingerpicker’ più ligi al Fahey-pensiero (che viene anche apertamente omaggiato), quasi ortodosso nella circolarità/regolarità dei suoi pezzi. Che però sono da pelle d’oca.

10) Meat Puppets – Rise To Your Knees

Perché non è sicuramente uno dei loro album migliori, ma ho dovuto infilarli in qualche modo in top ten perché sono uno dei miei gruppi di culto. I tempi di ‘Huevos’, ‘Up On The Sun’, ‘Monsters’ e ‘Meat Puppets II’ sono indubbiamente lontani, ma questi nuovi pezzi a metà tra rock e pop conditi con quell’aura di psichedelia non mi sembrano assolutamente da buttare via. Album forse troppo lungo, ma l’intro di Fly Like The Wind è a dir poco emozionante.

11)  Ry Cooder – My Name Is Buddy

Perché le recensioni lette in giro che hanno sparato su questo ultimo disco cooderiano mi fanno venire il dubbio che il suddetto album sia stato ascoltato poco e male; per come la vedo io è Ry al suo massimo country-folk-blues, quindi va da sé che si situi una spanna al di sopra dei pari categoria.

12) Benni Hemm Hemm – Kajak

Perché dai, gli islandesi mi stanno simpatici, soprattutto quando fanno pop orchestrale epico e zuccheroso che però non ti fa venire il diabete ma ti fa venire una voglia matta di ascoltarlo and more again.

13) Yeasayer – All Our Cymbals

Perché, sebbene mi ci sia inizialmente accostata con qualche pregiudizio, l’ho ascoltato talmente tante volte in questo finire di 2007 che sarebbe stato ipocrita non nominarlo. Sembrano degli Animal Collective meno cazzeggioni e più raga-oriented, meno geniali di quei pazzi furiosi degli Akron Family, ma in ogni caso molto interessanti. Unico neo: quell’obbrobrioso synth orientaleggiante in Germs.

14) Battles - Mirrored

Perché sono a loro modo originali, suonano da dio, e sono trascinanti come pochi con quelle cavalcate ritmiche.

15) Devendra Banhart – Smokey Rolls Down Thunder Canyon

Perché, poveraccio, questo ultimo del buon Devendra non è stato apprezzato quanto invece avrebbe meritato: non è granché immediato e manca del classico brano col ritornellone che ti si appiccica in testa, ma è un disco solido e maturo. E poi Samba Vexillografica è meglio di un valium :-P

16) Orchestra Baobab – Made In Dakar

Perché li ho scoperti da poco anche se sono in giro da tanto, perché è musica bellissima che ti mette in pace col mondo e perché quella chitarrina accipicchia…

17) The Coral – Roots & Echoes

Perché, anche dopo aver smarrito quella vena di folle psichedelia degli inizi, hanno sfornato un album di garage/power-pop così personale e fresco che ti fa quasi ignorare gli evidenti punti di riferimento sixties, e quando la passione è genuina e le canzoni belle francamente me ne impippo.

18) Andrew Bird – Armchair Apocrypha

Perché il suo pop dal sapore epico/romantico mi fa impazzire, così come la sua arpa e la sua voce vagamente intellettuale.

19) Okkervil River – The Stage Names

Perché Our Life Is Not A Movie Or Maybe è uno dei pezzi più emozionanti che abbia ascoltato quest’anno.

20) African Virtuoses – The Classic Guinean Guitar Group

Perché il loro chitarrismo virtuoso è una specie di balsamo per l’anima: consigliato per le giornate uggiose e per le quotidiane incazzature.

Panchinari più o meno di lusso

Ronin – Lemming

Lichens – OMNS

Hala Strana – Heave The Gambrel Roof

Mark Gardener – These Beautiful Ghosts

Pascal Comelade – Metode De Rocanrol

The Warlocks – Heavy Deavy Skull Lover

Savage Republic – 1938

Greg Ashley – Painted Garden

Benjy Ferree – Leaving The Nest

Low – Drums And Guns

Besnard Lakes – Are The Dark Horse

Arbouretum – Rites Of Uncovering

James Blackshaw – The Cloud Of Unknowing

Angels Of Light – We Are Him

Fuori quota ma degni di nota aka ricorrenze importanti

Os Mutantes – Ao Vivo @ Barbican Theatre, 22/05/2006 [CD+DVD]. Non voglio assolutamente fare pubblicità neanche tanto occulta ma…con venti euro (centesimo più centesimo meno) vi portate a casa il concerto che ha decretato la reunion dei Mutanti (o meglio, dei Mutanti meno Rita Lee) in versione integrale – su DVD, 21 brani – e in versione lievemente ridotta – su CD, 15 brani. E vi garantisco che è una favola: i vecchi pezzi – pur riconoscibilissimi nella loro visionaria psichedelica – assumono una veste rock a 360 gradi. Gruppo fantastico. Sergio Dias (voce e chitarra, e che chitarra) e Arnaldo Baptista (tastiere e voce) sono in forma smagliante, non male per due tizi che hanno probabilmente superato la sessantina. La ‘sostituta’ di Rita Lee, Zelia Duncan, oltre ad avere una voce bellissima e profonda, ha una presenza scenica notevole; la band è di sicuro spessore (special mention: la percussionista con quei dread favolosi!). Ci ritornerò più avanti sugli Os Mutantes, promessa promessina. Intanto potete godervi uno dei loro classici (anche se in realtà si tratta di una cover), A Minha Menina, nella sezione Multimedia del blog J

Il ventennale di The Joshua Tree. Mi sembrava giusto ricordarlo, visto che gli U2 degli 80s sono – stati? – una delle mie band preferite. Emozioni allo stato puro, la voce di Bono che ti scava dentro…che gruppo fantastico quegli U2. Prima che diventassero delle pop-star e che Bono si desse alla politica…Ehm, dicevamo…il ventennale viene celebrato con una gustosa edizione deluxe (in versione doppia o tripla) del disco. Al di là dell’evidente scopo celebrativo, appunto, e del chiaro intento monetario, l’ascolto di quello che è – tra i loro album storici  forse ‘il più storico’, in versione rimasterizzata e con l’aggiunta di una serie di bonus tracks (peraltro non tutte inedite…), regala senza dubbio un’esperienza indimenticabile.

Categoria “Ci sono o ci fanno?”

PJ Harvey – White Chalk. Devo ancora capire se questa volta l’ha fatta fuori dal vaso oppure se si tratta di un lavoro di spessore. Niente, ho deciso di tenerla lì nel limbo dei CD da ascoltare e riascoltare attentamente. Vedremo se servirà a qualcosa.

 

Le band della Holy Mountain. Vorrei parlarne perché nel corso di quest’anno mi sono ritrovata spesso a spulciare nella home-page di questa etichetta, presa dalla curiosità dopo l’ascolto in trance del disco dei La Otracina (che non è nemmeno la loro prima uscita, per la precisione). Premesso che è una label molto specializzata (area psichedelia-drone-rock-varie ed eventuali), bisogna davvero stare attenti a quello che si sceglie in mezzo al mucchio: si possono trovare gemme come i già citati La Otracina, come Lichens, cosette interessanti come Tivol, Mammatus, Wooden Shjips, i primi dei Six Organs Of Admittance, ma anche mega-pippe noise senza capo né coda come gli Zodiacs, o band francamente difficili da assimilare – almeno per i miei gusti personali – come i Blues Control. In ogni caso il loro catalogo è notevole. Fateci un salto.

Quelli che non ho ancora avuto il tempo di ascoltare/metabolizzare

 

Six Organs Of Admittance – A Shelter From The Ash. E me ne dolgo, visto che i due precedenti di cui sono in possesso sono parecchio interessanti, e il genere musicale stesso è decisamente nelle mie corde.

Delusioni

 

Bjork – Volta. Non ricordavo nemmeno che fosse uscito un suo nuovo disco, il che è già di per sé indicativo. Boh, probabilmente il mio percorso musicale sta andando nella direzione opposta rispetto a quella della islandese. Mi dispiace, perché riascoltare Vespertine o le Selma Songs della colonna sonora del film di Von Trier mi regala ancora emozioni notevoli.

 

Robert Wyatt – Comicopera. Forse è un giudizio un po’ avventato e me ne pentirò, perché nutro un’ammirazione sconfinata per il vecchio Bob, ma almeno per il momento…così è se vi pare, alcuni guizzi della consueta genialità e qualche brivido di pura emozione al brano Just As You Are, ma nulla di più. No comment sul finale con Hasta Siempre Comandante, forse ce la poteva anche risparmiare. E’ anche vero che quando ci si accosta ad un album di Wyatt lo si fa con aspettative piuttosto consistenti, specie dopo i due ultimi capolavori ‘Shleep’ e ‘Cuckooland’. Obiettivamente è un album pur sempre al di sopra della media, ma dal Bob solista mi aspetto di essere scossa anche e soprattutto emotivamente.

Bruce Springsteen – Magic. Il buon Bruce qualche brivido lo regala, ma è troppo poco per uno come lui. Qua dentro c’è ben poca ‘magia’, e – mi duole ammetterlo – tanto (troppo) mestiere. Giusto una manciata di pezzi nuovi da portare in tour e basta (oddio, nuovi si fa per dire…visto che ciascuno parrebbe avere un fratellino nella precedente discografia springsteeniana…). Confrontandolo con gli ultimi lavori, devo dire che The Rising e Devil’s & Dust sono di certo ad un gradino superiore. Dunque, è decisamente meglio ascoltarsi il recente Live in Dublin: lì – tra folk, swing, blue-grass e gospel - c’è invece da divertirsi alla grande.

Categoria a sorpresa: “Quelli che più mi hanno rotto le palle”

Negramaro: ok, ok, già ci sono andata giù pesante la volta scorsa, quindi mi modero: solo menzione speciale e nessun commento :-P

 

Elisa: perché sarà anche tanto brava e carina, ma a mio parere è celebrata anche al di là degli effettivi meriti e capacità…tanto per restare in Italia prima che mi si accusi di esterofilia, una come Cristina Donà è bravissima e non se la caga nessuno.

Interpol: perché sono un evidente plagio (più commerciale, ovviamente) dei Joy Divison; ma vaglielo a spiegare alle folle di ragazzini MTV-dipendenti che questi quattro tizi ingiaccati e incravattati non hanno inventato un fico secco…almeno il primo disco, Turn On The Bright Lights, conteneva canzoni che, sebbene parecchio debitrici della band di Ian Curtis (in tutto e per tutto: attitudine depressa e solenne, voce nasale del cantante, modo di suonare), si sono fatte ricordare. Ma ora che sono stati ufficialmente ammessi nel magico mondo di plastica di MTV non saprei dire cosa sia peggio: se la mollezza e inutilità dei pezzi o l’oscena copertina dell’ultimo album.

E poi ce ne sarebbero ancora tanti, ma tanti, ma taaanti che meriterebbero una citazione (in negativo)…ma ho deciso di fare la brava – come fioretto per il nuovo anno – e chiuderla qua…

Buone feste e uno splendido 2008 a tutti!

 

Postato da: SigurRos82 a 17:22 | link | commenti (31)
il meglio di

sabato, 15 dicembre 2007
Un saluto a tutti :-)

Inauguro il mio blog a tema musicale, anzi, MUsicale, con questo sproloquio/sfogo/imitazioneNickHornbyanamalriuscita, da me scritto in un momento di svalvolamento creativo giusto qualche mese fa. Enjoy

 

La mia “missione musicale” e il suo inesorabile fallimento

 

Ma perché per il popolo giovane di oggi la storia del rock arriva fino ai Nirvana, nella migliore delle ipotesi, oppure fino ai Linkin Park, nella peggiore? Perché i ragazzi cantano a memoria i Green Day con il loro Idiota Americano, che ormai francamente mi ha sforato le palle, e non sanno manco chi siano i Grateful Dead? E ancora, perché gli Who sono solo quelli della sigla di CSI?

 

La risposta è subito pronta: è quello che offre il mercato.

Ok.

Allora la questione andrebbe posta in altri termini: perché i giovani, più o meno ragazzini, non desiderano andare oltre e provare l’ebbrezza di qualcosa di diverso dallo standard proposto?

 

Dato che non è mia intenzione scrivere uno pseudo-trattato a metà tra lo psico- e il -sociologico sulle tendenze giovanili degli ultimi anni in fatto di cultura musicale (o meglio, di “non-cultura musicale”), lascio subito perdere e passo al racconto di alcuni episodi che mi sono capitati negli ultimi anni, e che mi hanno spinto a rinunciare a malincuore al mio progetto, o meglio, alla mia “missione per il sociale”: l’Educazione MUsicale (con la MU di MUsica maiuscola) di amici e conoscenti.

Ok, scritta così suona un po’ arrogante, lo ammetto. Ma giuro che le mie sono (erano?) nobili intenzioni: sono stata mossa unicamente dal desiderio sincero di far conoscere tanta buona musica, non solo per il bene degli amici, ma anche per il mio, visto che il condividere musica e lo scambio di consigli ed opinioni a tale riguardo risultano per me imprese alquanto ardue a causa delle seguenti ragioni: 1) l’unica strada da me percorribile per la condivisione è sì praticabile ma ben poco legale, 2) mi sono stufata  di consumarmi i polpastrelli scrivendo su message-boards a tema in rete.

 

Ma andiamo con ordine.

 

Tutto è partito dalla mia presunta “ignoranza” in fatto di “musica moderna” (sic!).

Ogni volta che per radio, in auto o nei locali, si sente l’ultimo pezzo (purtroppo non in senso assoluto) di una delle next big thing internazionali, o di una delle numerose cariatidi italiche, ovviamente da me non riconosciuto all’istante come invece accade alle prime tre note per gli altri, vengo subito redarguita con commenti del tipo: “Come??? Non la sai?”, oppure, “Questa canzone è bellissima, possibile che non ti piaccia?”, o ancora, “Saranno belle quelle che ascolti tu…”.

 

Quante volte mi sono mangiata la lingua, per non offendere nessuno e/o per il quieto vivere…

 

Oppure, altro esempio. Un’amica non molto tempo fa mi ha comunicato, tutta stupita e orgogliosa di sé, “Oh, ho ascoltato un disco dei Pink Floyd! Dark qualche cosa…è proprio bello. Li conosci tu?”.

La mia reazione si può così riassumere: ho alzato gli occhi al cielo, annuendo, in modo da non esternare eccessivamente quello che veramente mi stava passando per la testa (e cioè: “Ma ti sembra possibile che una persona vivente che possa anche solo lontanamente definirsi ‘civile abitante del pianeta terra’ non li conosca?”).

 

Gli sporadici incontri con i musicisti, di strada e nei locali, mi hanno poi fornito l’imbeccata definitiva. Ho infatti notato due atteggiamenti molto diversi: io, da una parte, rimango incantata dalla passione genuina e talvolta dal talento spontaneo di costoro; gli amici, dall’altra, restano per lo più affascinati da quello che per loro è un nuovo suono, un nuovo strumento, un nuovo modo di trattare la chitarra, un nuovo genere di musica. Non sono del tutto “sordi”, dunque, solo probabilmente meno abituati ad ascoltare cose belle, così che qualunque gruppo sentito nei pub, con repertori di cover vagamente jazz e molto folk-blues di pezzi noti, viene considerato “bravino”, se non addirittura “fantastico”. La richiesta, quest’estate in Irlanda, di un disco di “musica tipica”(così mi hanno detto) dal mio personale arsenale di oggetti circolari e ben identificati, altrimenti noti come CD, mi ha ulteriormente rincuorata.

 

Visti i suddetti progressi mi sono più volte ritrovata a pensare: “Beh, ma se è vero che non sono totalmente insensibili al fascino di un classico dei Creedence o di Otis Redding, o all’allegria contagiosa della musica dei Pogues, allora c’è un barlume di speranza. Esiste un piccolo spazio di intervento. Non tutto è perduto!”. La naturale conseguenza di questa acuta riflessione è stata l’accensione, nella mia capoccia, della lampadina targata “COMPILATION”. 

 

L’arte della compilation è tutt’altro che recente, come tutti ben sanno: chi non ha mai fatto la classica cassettina o cd, per sé o per l’amico/a, con le canzoni del cuore di un certo periodo o con pezzi adeguatamente selezionati e fra loro mescolati, in previsione delle più svariate occasioni?

Così l’hobby del “crea la compilation per un amico, e fai in modo che non contenga pezzi eccessivamente arditi/impegnati e potenzialmente in grado di intimorire/scoraggiare l’ascoltatore” ha contagiato anche me. E devo ammettere che si è rivelato divertente, almeno nei momenti di selezione delle canzoni e di creazione di un insieme ben amalgamato (rileggendo quest’ultima riga mi rendo conto di avere avuto un attimo di confusione col ricettario delle torte della mia mamma).

Comunque non voglio essere cinica (difatti non lo sono mai), e so perfettamente che i destinatari, nel profondo del loro cuoricino, hanno gradito il gesto. Però, ecco…parlandoci chiaramente…

 

Non è proprio servito a un tubazzo.

 

Ed ho anche tentato più di una volta, affidandomi a pezzi e a generi differenti, cercando affannosamente di calibrarli a seconda dei gusti personali dei riceventi, o anche sfruttando in maniera furbetta la scia di una canzone “famosa” strategicamente piazzata in apertura…ma il risultato, grosso modo, è sempre stato quello. “Ah grazie! Sì sì, era proprio il pezzo che cercavo, quello della pubblicità. E…oh sì, erano carine anche le altre”, dove “le altre” sono soltanto una cinquantina di ulteriori brani scelti con tanta cura e dedizione il pomeriggio precedente.

Oppure ti dicono che, su una compilation di 12-13 canzoni, “mi è piaciuta molto la quattro!”, e non si dilungano poi molto nei commenti, come se gli altri pezzi non esistessero. In ogni caso una soddisfazione me la sono tolta: la “quattro” in questione era Grace di Jeff Buckley.

 

Quindi, un po’ scoraggiata ma non del tutto rassegnata, mi sono detta, “Bene, il piano numero uno non ha dato i frutti sperati? Vai col numero due”. Per la serie: i modi gentili e premurosi non hanno funzionato, allora vai con le maniere forti.

In modo alquanto ‘democratico’ mi sono offerta di provvedere personalmente alla colonna sonora di tutte le feste di compleanno, di tutte le pizzate e di tutti i raduni, anche quelli al di fuori della mia abitazione (poiché era già norma consolidata che, sotto il mio tetto, venissero suonati esclusivamente dischi di mia proprietà o comunque dotati di uno speciale pass rilasciato dalla sottoscritta).

 

Ebbene?

 

Esperimento fallito. Anche questo.

 

Al sentir scimmiottare ingiuriosamente la voce di Gordon Gano dei Violent Femmes in Add It Up mi sono sentita mancare. Oppure, quando una volta ho azzardato un round di “air-guitar” (il fingere di suonare una chitarra elettrica immaginaria con stile molto fico e rock’n’roll, ndF) sulle sciabolate urticanti di Song For The Dead dei Queens Of The Stone Age, mi hanno guardato tutti a metà fra lo stranito e il disorientato. Ascoltare giudizi perentori sulle “dubbie doti canore” di Jeffrey Lee Pierce dei Gun Club (“Ma non senti? E’ stonato come una campana!”) è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

 

Basta. Ho chiuso. Tenetevi la vostra musichetta. Tenetevi i vostri Negramari, che scimmiottano (e pure male) i vari gruppetti inglesi pop-rock-funk, quelli che da grandi vogliono fare i Talking Heads. Tenetevi le vostre Nannini con le sue creature meravigliose, i vostri Green Day che ripetono da anni la stessa canzone e lo stesso identico riff all’infinito, e la vostra dolce finta rocker Avril Lavigne – LaVigna per gli enologi –, interessante quanto un piatto di pasta a cui non è stato aggiunto il sale nell’acqua di ebollizione e autentica quanto un reality-show o un programma della De Filippi.

 

Ed ora si dovranno pure tirare delle conclusioni, o comunque qualcosa che assomigli al succo di questo sproloquio.

Quindi?

 

Beh, Jimi, Tim, Janis e Frank non ci sono più.

Dunque è tutto finito? Chiusa qua?

 

Nah. Le loro impronte sono ancora qui, solchi più profondi e duraturi che mai, pronti ad essere seguiti ed apprezzati da chiunque sia disposto ad abbandonare la comoda ma monotona strada asfaltata e ad intraprendere un dissestato sentiero panoramico: quello da cui si possono ammirare le vette Piccola Ala, Fantasmagoria In Due, Perla e Il Grande Wazoo, solo per citarne alcune.

 

Vette altissime, immense.

 

Irraggiungibili.

 

E alla fine ho deciso: far conoscere e condividere la ‘propria musica’ con gli amici sarebbe bello. Ma è altrettanto bello, in certe situazioni, rintanarsi nella propria stanzetta ed estrarre dallo scaffale un bel triplo live dei Grateful Dead, prendersi tre ore di pausa dal mondo ed ascoltarsi quei suoni meravigliosi in totale solitudine, assaporandone gelosamente ogni singolo minuto.

Postato da: SigurRos82 a 14:44 | link | commenti (5)
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