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Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk...
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Durata: h 1.30
Nazionalità: USA, GB 1958
Genere: fantasy
Trama:
Nell'incantata terra d'Irlanda Darby O'Gill racconta ai suoi compaesani le storie che ha sentito narrare dai folletti. Avendo catturato il loro Re è riuscito addirittura a scovare il luogo dove tengono nascosto il loro oro ma, purtroppo, nessuno gli vuole credere!
Note:
Ispirato al romanzo dell'Irlandese James Stephens "La Pentola dell'Oro" (1969), amico di James Joyce, il quale lo definì nientepopòdimenochè il suo 'gemello celeste', a lui legato da curiose coincidenze e da Joyce stesso considerato come l'unico scrittore che sarebbe stato in grado di portare a termine il suo "Finnegans Wake".
Ecco qual è il mio vero regalo di compleanno: l'avere scoperto (courtesy of Marisa
) il titolo di questo film di Walt Disney che cercavo di recuperare nella mia memoria da anni ed anni. E' lui, gabba gabba hey! Urca urca tirulero! 
Gli unici dettagli che affioravano nella mia memoria - e sui quali mi basavo per compiere infruttuose ricerche googleiane - erano: la presenza di elfi/gnomi/folletti, una pentola di fagioli (che in realtà è una pentola d'oro, devo aver fatto confusione con altre storie...), e l'inquietante scena di una misteriosa carrozza nera trainata da cavalli che, volando in un cielo burrascoso, scende a prendersi la vita di uno dei protagonisti...la ricordavo come <La Morte>, e ai tempi (si parla, ahem, di una ventina di anni fa...) mi incutè un certo timore, ma di quello che ti affascina, che ti fa scorrere il classico e piacevole brivido lungo la schiena...
Darby O'Gill e il Re dei Folletti
Ecco, deve essere proprio questa la scena madre, quella che mi aveva così tanto colpito. Certo che, rivista oggi, mi fa sorridere; però, se torno per un attimo nei panni di me stessa a sei-sette anni, capisco perfettamente (o quasi) cosa provai quella volta, probabilmente un lunedì sera, uno di quelli del ciclo Cinema Insieme di Rai Uno...che forza l'immagine della carrozza nera che incombe, sempre più vicina, e quella del 'Banshee', lo spaventoso cacciatore di anime...e il Re dei Folletti stronzo che alla fine si rivela un saggio amico...e poi quel giovane Sean Connery (che francamente avevo del tutto rimosso, ero ancora troppo piccola per poter apprezzare probabilmente)...
Sigla "Cinema Insieme" - Rai Uno


Ora non mi resta che procurarmelo e rivederlo tutto. Sono curiosa di scoprire quali saranno le mie reazioni...

Per concludere degnamente la settimana ed iniziare con il giusto spirito quella successiva...
...la versione di Lilac Wine a cui si ispirò Jeff Buckley, ovvero quella - piano e voce - di Nina Simone...
Nina Simone - Lilac Wine
Lilac Wine (written by James Shelton)
I lost myself on a cool damp night
Gave myself in that misty light
Was hypnotized by a strange delight
Under a lilac tree
I made wine from the lilac tree
Put my heart in it's recipe
It makes me see what I want to see...
And be what I want to be
When I think more than I want to think
Do things I never should do
I drink much more that I ought to drink
Because it brings me back you...
Lilac wine is sweet and heady, like my love
Lilac wine, I feel unsteady, like my love
Listen to me...
I cannot see clearly
Isn't that he coming to me nearly here?
Lilac wine is sweet and heady, where's my love?
Lilac wine, I feel unsteady, where's my love?
Listen to me, why is everything so hazy?
Isn't that he, or am I just going crazy, dear?
Lilac wine...
I feel unready for my love...

Jeff Buckley - Lilac Wine


"The Doors were all right -- but for many rock fans in the late 60's, the band that really mattered was Spirit".
-- Jim Washburn, LA Times
La prima volta che ho iniziato a digerire e apprezzare appieno Spirit (1968) ero in montagna, seduta con i piedi a mollo in un laghetto. Quando finalmente sono riuscita a passare dalla fase 'incerta perplessità' alla fase 'attonita meraviglia' ero già tentata dall'infilare nel lettore l'album dell'anno successivo, The Family That Plays Together (1969), in preda alla curiosità e al consueto delirio derivante dalla scoperta di un tesoro musicale ben custodito. E immaginate il mio stupore nel constatare che il secondo lavoro suonava che era una meraviglia, alla pari se non addirittura meglio del primo.
Rock, jazz, parti orchestrali, psichedelia, blues, tutti a rincorrersi e ad intrecciarsi fluidamente, talvolta anche nello stesso brano, in cui può accadere che si passi tranquillamente dal rock al jazz in un secondo. E, toh, miracolo, suona tutto naturalissimo e perfetto come un pezzo di puzzle che va a sistemarsi al proprio posto, magari contrariamente alle aspettative. Non si tratta di uno zibaldone senza capo nè coda; anzi, tutto è meravigliosamente al proprio posto, con una naturalezza da far strabuzzare gli occhi.
E poi, dulcis in fundo, tutti gli ingredienti sono oliati e conditi dalla assoluta perizia ed inventiva della chitarra elettrica di Randy California, uno che ha fatto l'apprendistato da un certo Jimi Hendrix, con il quale Randy suonò per un breve periodo nel 1965-1966 con il nome di Jimi James and the Blue Fames, prima che il maestro si imbarcasse nell'avvenutura chiamata Experience. Ma quella è un'altra storia...
Randy California
Formazione originale: RANDY CALIFORNIA (vocals and guitar), ED CASSIDY (drums and percussion), JAY FERGUSON (vocals and percussion), MIKE ANDES (bass and vocals), JOHN LOCKE (keyboards)
Gli Spirit non sono stati una meteora, buona per cofanetti - comunque imperdibili - come i vari Nuggets. Sono stati, al contrario, un gruppo dalle capacità e dal talento enormi. Nessuno, in quel periodo, a mio parere suonava come loro, nemmeno gente come i Traffic o i Flock (comunque grandissimi), o i Shiva's Headband, per fare un altro nome.
E che piacere riascoltare la loro musica dopo qualche anno. L'improvvisa virata jazz di Gramophone Man, quella gemma acustica che potrebbe essere stata scritta dall'Incredible String Band di Water Woman, l'intro alla Stairway To Heaven di Taurus, il sitar di Girl In Your Eye, quel flauto lontano che si sente al minuto 4.40 di Mechanical World...insomma, questione di sfumature all'interno, sia chiaro, di grandi canzoni. Oppure, sempre parlando del primo album, difficile scordare quel pezzo jazz-rock che uno come John McLaughlin avrà di certo ascoltato e apprezzato, e che risponde al nome di Elijah (minuti: 10.42). O ancora, giusto perchè sono in pieno sbrago, perchè non citare quell'assoluccio da poco contenuto in If I Had A Woman, in cui, su ritmiche jazz, la chitarra di Randy va a tratteggiare una melodia che, in altre condizioni, sarebbe appartenuta ad un sax.
Spirit - Fresh Garbage/Taurus
Se poi passassimo agli altri dischi il discorso si allargherebbe, rischiando tuttavia di perdere di vista il senso del post. Perchè ormai, a questo punto, dovrebbe essere chiaro che la chitarra di un brano come Aren't You Glad (The Family That Plays Together, 1969) è una delle cose più celestiali che abbia mai sentito, o che un pezzo pop come Nature's Way (Twelve Dreams Of Dr. Sardonicus, 1970) non si trova facilmente, o che l'assolo di Dark Eyed Woman (Clear, 1970) obbliga ad apporre una foto dell'allievo Randy accanto a quella del maestro Jimi, nella parete votiva riservata ai chitarristi che hanno fatto la storia situata nella propria camera/studio/dove ve pare.
Spirit - I Got A Line On You
Certi gruppi avrebbero ucciso per un pezzo come Mechanical World, in cui si passa in un battibaleno da una marcetta sghemba vagamente inquietante ad un'apertura orchestrale quasi cinematografica. Da pelle d'oca.
Che dire se non che i primi quattro album (quelli targati Randy California, per essere chiari, visto che gli Spirit successivi furono tutt'altro che memorabili) sono assolutamente essenziali, e che i primi due - l'omonimo Spirit del 1968 e The Family That Plays Together dell'anno successivo - sono capolavori assoluti tra i quali oscillo sempre nel riconoscere la superiorità dell'uno o dell'altro? E poi, perchè mai scegliere?


Mechanical World (Spirit, 1968)

The Pogues - Fiesta
In onore del viaggio di ritorno in pullman Galway-Dublino dell'estate scorsa...oh yeah, I'm in an Irish mood
.
E giusto perchè del ghigno sdentato di Shane McGowan non si può proprio fare a meno...e poichè mi ricorda uno degli innumerevoli e fantastici slide-show tematici di Ellis...
The Pogues - If I Should Fall From Grace With God

The Oliver St. John Gogarty, ovvero il pub dublinese in cui riesci ad entrare se e solo se ti munisci di fucile e abbatti tutti quelli che stanno sulla soglia della porta, oppure ti accampi la notte in vista dell'apertura del giorno successivo, o ancora se sei dotato di teletrasporto e riesci a materializzarti all'interno...[N.B.: chiunque avesse altri interessanti suggerimenti mi può tranquillamente mandare una mail]

St. James's Gate, ovvero: il nero va con tutto, soprattutto se si tratta di quel nero...!

Un musicista di Galway e la sua simpatica orchestrina...
"It's much too late to do anything about rock & roll now..."
-- Jerry Garcia/Grateful Dead

Sarà l'immane craniata che ho preso stamattina contro quello stronzo del bagagliaio della macchina, ma oggi - ascoltando i nuovi dischi di Howlin Rain e Raconteurs - mi è passata di nuovo per la mente una riflessione, un pensiero che ha alimentato numerosi e accesi dibattiti da me avuti su vari forum musicali e anche con persone 'reali'.
Domandone: il rock & roll esiste ancora?
Che domanda del cacchio, vero? E quanto è trita e ritrita per noi appassionati.
Però...però caspita, ogni tanto mi immagino il mondo (se il consueto e periodico meteorite non ci colpirà sul serio, prima o poi) tra una quarantina o cinquantina di anni, e mi domando: se già oggi si fatica a ricordare chi erano e cosa fecero per la musica e per il rock in senso lato gente come Beatles, Grateful Dead, Hendrix, Stones, Traffic, Cream (sto sparando i primi nomi importanti che mi vengono in mente), chissà cosa accadrà tra qualche decina d'anni...
...a volte mi passano per la testa futuri scenari apocalittici nei quali band conciate come i Turbonegro - gli eredi dei Kiss, anche e soprattutto a livello di vestiario (o bestiario, come preferite) - dominano la scena underground, spacciandosi per gli inventori del post-avant-glam-rock e facendosi chiamare Bad Zeppelin...
...terrificante, vero?
Quindi ben vengano, con i dovuti distinguo, band 'retroattive' che suonano come trenta/quaranta anni fa, citando col dovuto rispetto i maestri e allo stesso tempo mettendoci anche 'del loro', per quanto possibile. Di gruppi come i succitati Howlin Rain - in pratica una fotocopia della Allman Brothers Band virata Little Feat per le tastierine - e come i Raconteurs - che sono fighetti finchè si vuole ma Jack White, oltre a essere parecchio furbo, è anche un esperto conoscitore della materia rock - si avrà sempre bisogno. Non certo affinchè siano spacciati per l'ennesima nuova sensazione del rock & roll (perchè ormai sono convinta che musica realmente inedita non possa più essere creata dalla mente umana), ma almeno per tramandare certi suoni, certe vibrazioni, un determinato spirito, un particolare modo di vivere la musica che più si ama. Ovvio che non si parla di mera ripetizione, di 'maniera' fine a se stessa, ma di roba con un certo perchè e con una qualche personalità.
E allora che senso ha discutere ancora? Sono meglio i Nirvana o Hendrix? E' venuto prima l'uovo o la gallina? Il bernoccolo che mi si sta formando in testa mi sta davvero rendendo più pirla di quanto sia già?
Credo sia giusto ricordare i capostipiti, perchè certe 'gerarchie storiche' secondo me devono essere rispettate. Io per prima vengo definita come passatista, o come una 'mosca bianca', perchè ho 26 anni e i miei idoli rispondono al nome di Jimi Hendrix, Frank Zappa e Tim Buckley. Ma al contempo mi rendo conto di come, dovendo vivere nel presente, sia anche naturale nonchè necessario guardarsi intorno e continuare a cercare, continuare a credere che da qualche parte in uno scantinato, in una cameretta o in un garage stia nascendo il nuovo Bob Dylan, o il prossimo Jeff Buckley...
Il rock è morto. Evviva il rock.

Nelle mie uova di Pasqua, metaforicamente ma neanche tanto parlando, ho trovato alcune piacevoli sorprese, tra cui la scoperta che il catalogo della Impulse! è a metà prezzo
. O beh, non so se questo valga soltanto alla sfigatissima Feltrinelli vicino a casa mia (dove non vedono l'ora di liberarsi il prima possibile di dischi che non venderanno mai o quasi), e non so nemmeno se riguardi tutti gli album editi dalla storica etichetta jazz...in ogni caso, e vista anche la vicinanza del mio compleanno (per il quale comunque ho già fatto scorta, ahem), ho deciso di approfittarne, come è giusto che sia...
...ed ecco appunto i nuovi arrivati...
Visto che possiedo Dream Keeper (vedi uno dei post precedenti), non avere messo le mani sul primo album della formazione, cioè quello del 1969, non mi garbava molto...

Mi vergogno ad ammettere che di Mingus avevo soltanto Mingus Ah Um...
.
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Perchè il Faraone mi fa impazzire...
E quindi, per restare in tema, vi lascio con il primo, vellutato brano di uno dei miei album jazz preferiti...
Pharoah Sanders - Astral Travelling (da Thembi, 1970)


Da notizie.alice.it:

Arabia Saudita; Donne al volante? Sì, ma solo con deposito cauzionale
Roma, 18 mar. (Apcom) - Anche se bisogna soddisfare certe condizioni poste dal parlamento, la decisione è senz'altro storica: molto presto, le donne saudite potranno guidare l'automobile. Lo rivela stamane il quotidiano palestinese al Quds al Arabi che da fonti parlamentari saudite apprende che il Consiglio dello Shura del regno wahabita ha approvato una mozione raccomandando "alle alte autorità di autorizzare le donne a guidare l'automobile, previa la soddisfazione di alcuni vincoli".
Fonti parlamentari contattate dal quotidiano arabo, svelano il contenuto dei "vincoli" posti dai deputati per il rilascio della patente di guida al gentil sesso. Secondo le anticipazioni del giornale, sarebbe emessa solo per "le donne di età superiore ai trenta anni", previo "il consenso del Muharrim", ovvero un tutore maschio; padre, fratello oppure marito che in Arabia saudita godono per legge del diritto di patria podestà sulle donne.
Le donne, se vogliono proprio guidare l'auto dovranno essere "velate e senza trucco"; potranno stare al volante dalle ore 7 del mattino fino alle venti. Orario che viene ridotto (dalle 12 alle 18) per il fine settimana; Avranno l'obbligo di dotarsi di un telefonino cellulare per "le chiamate di emergenza ad un numero verde che sarà istituito"; infine, la patente potrà essere emessa solo dopo "il versamento di una cauzione in danaro per pagare eventuali danni che potranno provocare".
Almeno all'inizio inoltre le autorità hanno predisposto percorsi predeterminati all'interno delle città riservati alle donne, con un corpo apposito a sorvegliare che vengano utilizzati.
Sembra che i parlamentari, "per il momento" non abbiano pensato al'istituzione di un corpo femminile di vigili della strada. Ma ciò potrebbe creare guai: a causa delle rigide norme che impongono la totale segregazione tra i due sessi, in Arabia saudita uomini e donne - salvo i casi ammessi dalla shariya islamica - non possono entrare in contatto. E infatti, si prevede anche una multa e una possibile pena di un mese di carcere per gli uomini - passanti o altri guidatori - che osassero rivolgersi alle signore alla guida.
Caspita, è un piccolo passo per le donne saudite, ma un grande passo per l'umanità di genere femminile...
.
The Beatles - Drive My Car
Ero indecisa se festeggiare lo storico avvenimento con Drive My Car oppure con Revolution...alla fine ho optato per la prima, giusto perchè ho trovato un piacevole slide-show con foto di Cary Grant...

La lunghezza di un film dovrebbe essere direttamente proporzionale alla resistenza della vescica umana.
-- Alfred Hitchcock
Tratto da Io Confesso, 1953, con Montgomery Clift.
"[Montgomery Clift] possessed the face of a saint but [...] a tortured soul trying to make its way out of utter bewilderment" -- Karl Malden

Per saperne di più: Buena Vista Social Club - Il Film, 1999 (Wikipedia)
PBS Presents: Buena Vista Social Club


L'ho acquistato originale perchè era un peccato non averlo nella propria collezione, e l'ho rivisto giusto qualche sera fa. E' un documentario splendido, ancora più bello di quanto mi ricordassi. Il tocco fantastico di Wim Wenders, l'idea originaria e l'iniziativa da parte di Nick Gold della World Circuit, il coinvolgimento di Ry Cooder, carismatica presenza che tuttavia ha avuto l'umiltà di farsi piccola piccola quando è stato il momento di suonare e di condividere il palcoscenico con i musicisti cubani.



Foto di Wim Wenders
Grandi musicisti che sono cresciuti in mezzo alla loro gente, con tutta la dignità e l'umiltà delle persone che hanno lavorato e sudato per tutta la loro esistenza, vivendo spesso con poco e quasi in povertà. Le abitazioni di Compay Segundo e Ibrahim Ferrer parlano chiaro a questo proposito, e nonostante ciò ci accolgono nelle loro dimore con una dolcezza e disponibilità disarmanti e con l'orgoglio di chi è fiero delle proprie origini ("Mi chiamo Ibrahim Ferrer, figlio naturale di...[...]...ve lo dico perchè voglio che sappiate chi sono"). O ancora, lo stupore sincero con cui questi arzilli artisti (le cui età sommate darebbero come risultato un gran bella cifra) si aggirano per le strade di New York in occasione del viaggio nella metropoli americana, nella quale avrebbero tenuto un concerto (per molti di loro probabilmente il concerto) a Carnegie Hall nel luglio del 1998. Penso a Eliades Ochoa e a Ruben Gonzalez che ammirano dall'Empire State Building un panorama che includeva ancora le torri gemelle, o a Pio Leyva che insieme all'amico Puntillita gioca ad indovinare l'identità di alcuni pupazzi di personaggi famosi esposti in una vetrina, o ancora a Ibrahim Ferrer che, incantato, scatta foto di sera, per le strade, nell'illusione di potersi poi portare a casa un frammento di quella atmosfera e di quelle luci notturne.

Omara Portuondo

Pio Leyva, Eliades Ochoa, Ibrahim Ferrer

Amadito Valdes
Il personaggio che più mi ha colpito è sicuramente Ruben Gonzalez, pianista, all'epoca quasi novantenne, espressione dolcissima e triste. Adoro la scena di lui seduto in un parco della capitale cubana, che osserva con affetto alcune foto legate al suo passato, dell'uomo che gli permise di suonare con il suo complesso...nota, commosso, che "sono quasi tutti morti"; alla fine, riponendo con cura i propri tesori in un sacchetto di plastica azzurro cielo, si alza dalla panchina ("E' tempo di andare"), e si avvia malfermo sulle gambe ma con un portamento dignitoso e sfoggiando i colori della camicia sgargiante.

Ruben Gonzalez
Grandissima musica ("afrolatinjazz"!), grandissimi personaggi, dotati di una umanità straordinaria. Questa iniziativa merita tutti i riconoscimenti e il successo ottenuti, perchè non si è semplicemente concretizzata in un disco prima (nel 1996) e in un film dopo (nel 1999), ma ha consentito altresì di riunire insieme forse per l'ultima volta (viste le successive scomparse di Segundo nel 2003 e di Ferrer nel 2005), questi grandi artisti da tempo dimenticati nel loro stesso paese natale, e di concedere loro, finalmente, il plauso e le standing-ovation che a lungo sono mancati.

Ibrahim Ferrer e Omara Portuondo

Compay Segundo
Compay Segundo, coi suoi novanta anni, cinque figli, e i suoi innumerevoli sigari fumati, sarà probabilmente morto non dico felice, ma di certo sentendosi realizzato.
Chan Chan (Live Amsterdam, marzo 1999)
Candela (Live Amsterdam, marzo 1999)
[N.B.: quanto mi fa impazzire l'assolo alla cieca dietro alla schiena di Barbarito Torres!]
El Cuarto De Tula (Live Amsterdam, marzo 1999)
Y Tú Qué Has Hecho?
En el tronco de un árbol una niña
grabó su nombre henchida de placer
y el árbol conmovido allá en su seno
a la niña una flor dejó caer.
Yo soy el árbol conmovido y triste
tú eres la niña que mi tronco hirió
Yo guardo siempre tu querido nombre
Y tú, ¿qué has hecho de mi pobre flor?
***
On the trunk of a tree, a young girl
filled with joy, carved out her name
The tree, touched to the core Let a flower drop down to the girl
I am the tree, sad and moved
You are the girl who wounded my bark
I will always treasure your beloved name
And you, what have you done with my poor flower?