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Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk...
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Crystal Antlers - S/T (E.P., 2008)
Non so da dove diamine siano piovuti, e avevano anche mille motivi per starmi sulle palle a priori (l'8.5 di Pitchfork, una copertina equivoca)...
...ma questo loro E.P. di sei canzoni, loro debutto discografico fatta eccezione per un 7 pollici precedente, è parecchio promettente...
...se vi piacciono un certo tipo di sonorità (area Holy Mountain), è evidente...
...quindi uno psichedelico delirio equamente suddiviso tra pezzi hard-rock con ritmiche forsennate e drumming potente, lisergiche divagazioni di chitarre noise, remoti hammond sommersi dal rumore, ed inaspettate aperture melodiche. Il tutto condito da voce screamo e volontà di suonare a mille senza perdersi in giro, con un'energia che definirei quasi punk. Until The Sun Dies Pt.2, Vexation, A Thousand Eyes, e Arcturus potrebbero appartenere a dei Mars Volta rinsaviti e meno orientati ai pipponi prog senza capo nè coda. Sì, quei Mars Volta là, quelli di Inertiatic Esp., e pure gli ultimi La Otracina, con quel (riuscito?) compromesso tra liquidità e noise che è The Risk With Gravitation (2008). La chiusura di sette minuti affidata alla apocalittica Parting Song For The Torn Sky è un ottimo sigillo conclusivo.
Se il buongiorno si vede dal mattino, anche un ipotetico lavoro sulla lunga distanza si preannuncerebbe scoppiettante.
[MP3]: Vexation

Fleet Foxes - White Winter Hymnal
L'Inno del bianco inverno è tanto magico da riuscire a mettere in funzione la ruota del tempo...che tutto fa scorrere all'indietro, persino innumerevoli stagioni...e la neve si scioglie, i fiori rispuntano, così come i segni del tempo scompaiono da volti e capelli...




Foto da brooklynvegan
"Como si Ennio Morricone se tomara un ácido, pusiera un disco de Can y se colgar a componer. Aproximadamente de esa manera suena El Festival de los Viajes...[...]...".

El Festival De Los Viajes - El Andante [E.P., 2008]
01 // El Bautismo
02 // La Frontera
03 // El Saludo
Avevo già parlato tempo fa di questa band argentina, i Festival De Los Viajes, con la loro psichedelia da cowboy piovuti dalle stelle e atterrati sulle praterie sudamericane, magari presso il rifugio di qualche sciamano...
La descrizione fornita dalla loro etichetta, la Mamushka Dogs Records, è evocativa quanto la loro musica: un Ennio Morricone sotto acidi che, una volta messo un disco dei Can, si appresta a comporre...dai, al di là dell'utilizzo a scopo evidentemente pubblicitario del nome del Morricone nostro, è un gioco di parole che non è totalmente campato per aria. E ciò apparirà particolarmente chiaro soprattutto a coloro che hanno ascoltato il loro album omonimo, uscito nel 2006.
Tra un concerto e l'altro questi tizi loschi qua hanno pensato bene di pubblicare una serie di E.P., di cui questo El Andante è il capostipite, in attesa dell'uscita del secondo long-play. Tre pezzi soltanto, ma in ogni caso sufficienti a colmare la curiosità nei confronti di un gruppo che forse difficilmente passerà dalle nostre parti. A loro modo originali e consigliatissimi.
Una suggestione dell'ultima ora: i Tomahawk nel progetto sui canti tradizionali degli Indiani d'America, Anonymous. Chissà, magari sia Patton sia la band argentina hanno fatto visita allo stesso sciamano di cui sopra...
Oh, quasi dimenticavo: il mini album è in download gratuito presso il sito della loro label, a 192 kbps e con tanto di cover
.

A momenti mi viene una sincope quando, vedendo il trailer di Burn After Reading, sento in sottofondo I Got A Line On You degli Spirit...

...chissà, magari i fratelli Cohen sono dei fan come me...
Pearl Jam - Corduroy (Live @ Verona, 2006)
Eddie Vedder & Mike McReady - Lukin (Acoustic Version, Verona 2006)

Un post dedicato al mio primo amore non poteva mancare...
...questi due filmati poi sono tratti da un DVD intitolato Immagine In Cornice: Pearl Jam Live In Italy 2006, una sorta di film-concerto-dietro le quinte del tour italiano del 2006 dei Pggemm, diretto da Danny Clinch. Non ero nemmeno al corrente della sua esistenza. Sguinzaglierò i miei segugi, va là...


Brightblack Morning Light - Motion To Rejoin [Matador, 2008]
Nathan Shineywater e Rachael Hughes (sì, sono soltanto in due, ed io che mi immaginavo una nutrita banda di fattoni...) sono gli artefici di questo progetto, giunto al suo terzo capitolo (il secondo per la Matador).
Molto probabilmente oggi come oggi nessuno suona come loro. Oddio, non che siano esattamente 'originali', poichè i riferimenti - frullati insieme con marcata indole psichedelica - sono in un certo senso facilmente identificabili: i Pink Floyd più sognanti, il Neil Young splendidamente sotto valium di On The Beach (ma senza traccia di umore depresso), lo shoe-gaze più rarefatto (dei Mazzy Star/Opal meno legati alla forma canzone), e una spruzzatina 'blink and you'll miss it' di aromi soul. Detto così suona appetitoso, e difatti - per me psichedefila - è una vera delizia: pezzi in media piuttosto lunghi e dilatati (sei-sette minuti, ma alcuni toccano anche i nove), echi floydiani che, come detto, si rifraggono lungo tutto il lavoro...un pigro e lisergico caracollare, così piacevolmente languido da provocare una lieve, estatica dipendenza...
E' dunque comprensibile che una analisi traccia per traccia non abbia molto senso a mio parere, proprio perchè dischi del genere vanno presi e ascoltati come un unicum.
Potrei tuttavia sottolineare come Gathered Years, Oppressions Each e Past A Weatherbeaten Fencepost siano quasi degli slow-core in cui alla malinconia si sostituisce un senso di indolenza, con voce filtrata e cori soul che talvolta fanno capolino da lontano, e fiati remoti (sax e flauto) che spuntano in punta di piedi, magari a metà del fluire della canzone per restarvi fino alla fine...
Another Reclaimation riporta i sensi all'incipit del lato oscuro della luna, quasi una Speak To Me/Breath dal mood ugualmente sognante, ma con Waters e Gilmour messi sotto oppiacei...
A Rainbow Aims è una terapia anti-stress di circa nove minuti, un drone sonnolento in cui la voce, distante e filtrata, arriva solo dopo un terzo della composizione: flauto e sax vellutati compaiono poi a cullare l'ascoltatore fino al termine dell'incantesimo...
Musica che accompagna la luce che filtra in una buia mattinata...buia, ma inspiegabilmente splendente.
[MP3]: Hologram Buffalo
Sufjan Stevens - Decatur
(Come On, Feel The Illinoise!)
(video realizzato da Ainsley)
Our stepmom, we did everything to hate her
She took us down to the edge of Decatur
We saw the lion and the kangaroo take her
Down to the river where they caught a wild alligator
Sangamon River, it overflowed
It caused a mudslide on the banks of the operator
Civil War skeletons in their graves
They came up clapping in the spirit of the aviator
The sound of the engines and the smell of the grain
We go riding on the abolition grain train
Steven A. Douglas was a great debater
But Abraham Lincoln was the great emancipator
Chickenmobile with your rooster tail
I had my fill and I know how bad it feels
Stay awake and watch for the data
No small caterpillar, go congratulate her
Denominator, go Decatur, go Decatur
It's the great I Am
Abominate her, go Decatur, why did we hate her?
It's the great I Am
Denominator, go Decatur, anticipate her
It's the great I Am
Appreciate her, appreciate her
Stand up and thank her
Stand up and thank her
It's the great I Am
Stand up and thank her
It's the great I Am
Stand up and thank her
It's the great I Am
Stand up and thank her
Vorrei essere nata negli Stati Uniti anche solo per afferrare vagamente ciò che Sufjan racconta nelle sue canzoni (quando non parla di un altro tema a lui caro, ovvero religione e spiritualità). Decatur, poi, è una specie di carta geografica dell'omonima città dell'Illinois (il riferimento al fiume Sangamon, ad esempio), carta su cui metaforicamente si snodano le vicende dei suoi personaggi, come spesso accade in molti dei suoi pezzi, specialmente quelli tratti dagli album dedicati ai 50 stati americani (al momento siamo fermi, ahimè, a Michigan e Illinoise, ma chissà mai che quando meno ce lo aspettiamo il Sufman non ci sorprenda...).
Leggevo su SongMeanings i commenti di alcuni utenti, originari dell'Illinois, emozionati non soltanto per la bellezza della canzone, ma anche perchè si ritrovavano perfettamente nei luoghi cantati da Sufjan. Decatur, per dire, è una città di circa 80.000 abitanti (poco più grande della mia, di città). Immagino, dunque, che debba essere una cosa quantomeno curiosa e carina poter collegare ai luoghi (o agli eventi) citati dei flash di memorie personali, soprattutto quando si tratta di posti sconosciuti ai più, o ad ogni modo cari o speciali soltanto per chi vi abita o vi è nato.
Sufjan, ne sono sicura, riuscirebbe con la grazia della sua musica a rendere speciale persino una canzone che parla del Ticino, di zanzare, di pianura e di risaie :D

Ciao! Sono Bilbo, e per oggi terrò io la consueta rubrica del 'Cosa gira nel mio lettore'. Arf, no...volevo dire...cosa gira nel lettore della padrona...io non ho un lettore tutto mio...sob.
[Pssssss, non è sul serio la mia padrona...mi ha semplicemente ingaggiato perchè innanzitutto sono troppo bello, poi perchè quella là doveva assentarsi per qualche ora, e infine perchè sono un cane con un ottimo livello di istruzione e sono persino in grado di leggere i confusi scarabocchi di quella tizia qua...]

Giant Sand - Provisions (2008)
A me quell'uomo qua - Howe Gelb - mi fa morire. Suona da un sacco di tempo (prima coi suoi amici Calexici, ora con una band che si è creato a metà tra Tucson, Arizona, e la Danimarca), e sforna dischi come se fossero piadine (non quelle asciutte degli Autogrill, sia chiaro, quelle vere), ad un ritmo che manco Phelps il nuotatore, e sotto vari pseudonimi/ragioni sociali (non solo Giant Sand, la sabbia gigante che ormai ci attutisce il cammino da 20 anni e più, ma anche Howe Home, Howe Gelb, Arizona Amp & Alternator, OP8, con Lisa Germano, progetto che ahimè ha dato vita ad un solo, meraviglioso, album, dal titolo Slush, del 1997, e chissà quante altre incarnazioni). Questo nuovo lavoro, Provisions, non si allontana molto dalle ultime uscite a nome Giant Sand, e a nome Howe Gelb (penso al superbo The Listener, del 2003, come punto di riferimento): siamo sempre dalle parti di quel folk-blues che sa tanto di sabbia e di deserto, appena screziato di jazz felpato, sempre in punta di spazzole, guidato da quella voce da crooner appena sveglio che personalmente mi fa impazzire (Gelb non canta, sussurra e rapisce). Come ogni volta ho pensato: "E che è, già un altro album, è proprio vero che è un iperattivo". Tuttavia queste perplessità sono state immediatamente nonchè regolarmente spazzate via non appena premuto play la prima volta, e poi una seconda, e poi la terza, e così via. Il livello della scrittura è alto, addirittura migliore di Is All Over The Map del 2004 a mio parere: si va dalle ispirate "ballate per highway" con controcanto femminile (Isobel Campbell in Stranded Pearl, Neko Case in Without A Word, e altre donzelle di cui ovviamente non ricordo il nome), ai pezzi da night-club in fase di chiusura (la pianistica Spiral, ammaliante), per arrivare al country-folk pigramente desertico di Pitch & Sway e al mid-tempo country-western di Can Do (quasi un omaggio al grande Johnny Cash, ben più convincente del recente pezzo di Ry Cooder, per dire...). C'è anche spazio per del sano rock-blues, come di consueto obliquo (Muck Machine, Saturated Beyond Repair), e pure distorto (World's End State Park, che d'un tratto si traforma in ballata lunare), e per una cover in odor di murder ballads di The Desperate Kingdom Of Love dell'amica P.J.Harvey. Well Enough Alone, ci comunica con l'ultima canzone. Beh, non si può dire che abbia torto. Quando si dice la classe...

Hipbone Slim & The Knee Tremblers - The Sheik Said Shake (2008)
Dunque, che genere di musica vi aspettereste da uno che è in giro da più di 20 anni e che si fa chiamare 'Sir Bald Diddley', in arte Hipbone Slim? Bravi, un concentrato di zozzissimo rock'n'roll da Highway 61, rockabilly di chiara matrice Diddleyana, spettri Elvisiani che si aggirano pigliandoti per il babau, e affini amenità. Originalità pari al "Nulla" (il "Nulla" personificato de La Storia Infinita, avete presente?), ma il divertimento è assicurato. Il tizio il rock'n'roll lo sa suonare e sarei ipocrita se dicessi che il disco in questione lo ascolto con la puzza sotto il naso. Anzi, come on: inspirare a pieni polmoni e poche menate.
Calexico - Carried To Dust (2008)
Troppo difficile. Mi mancano troppo i vecchi Calexico ma allo stesso tempo non posso dire che quella che suonano ora sia brutta musica, anzi.
Passo.
Woven Hand - Ten Stones (2008)
Forse è il disco che, in maniera quasi ufficiale e più degli altri, segna il (ri)congiungimento dei due sentieri 16 Horsepower/Woven Hand, le due anime - peraltro non così dissimili - del mio personal guru David Eugene Edwards. Dove lo trovate un altro che, cantando di fede e religione, peccato e salvezza, oscurità e luce, risulti interprete credibile e sincero? Il suo folk-rock a tinte scure e solenni, tanto contagiato da un certo cantautorato 'noir' quanto da certa inquietudine new-wave, mi incute sempre una sorta di timore reverenziale, che funziona come un magnete che mi attrae terribilmente in direzione della sua musica. A tratti - specialmente nella prima parte - sembra quasi che il buon David vada un po' troppo col pilota automatico, rimescolando semplicemente le carte fino ad ora giocate in carriera (stiamo parlando, precisiamo, di materiale di altissimo livello, e sono pure in fase di 'troviamo a tutti i costi il pelo nell'uovo'). Altrove, invece, vince la partita e mi convince in pieno: la cover da urlo di Quiet Nights Of Quiet Stars di Jobim (che pare quasi un suo originale, tanto suona 'alla D.E.Edwards'), la notturna Cohawkin Road, le indiavolate White Knuckle Grip (quasi una nuova American Wheeze) e Kicking Bird, puro distillato di catarsi 16horsepoweresca, la apocalittica Kingdom Of Ice, e la pianistica Iron Feather, più vicina alle ultime prove a nome Woven Hand. Ups, rileggo l'ultima frase e mi rendo conto di averle citate praticamente tutte. Allora significa che tutto sommato è un ottimo disco e che ero semplicemente in fase pignolina. David, tiramele pure dietro queste dieci pietre.
Bodies Of Water - A Certain Feeling (2008)
Devo ammettere che alla seconda traccia ero già tentata dallo skippare ad un altro disco (cosa, per me, quanto mai rara), specie perchè me li avevano presentati come cugini degli Arcade Fire e invece ad accogliermi trovo 2-3 pezzi piuttosto stucchevoli (e mi sono moderata). Ho subito pensato: "Ah, eccone altri, di quelli che pensano che per seguire le orme degli Arcade Fire sia sufficiente suonare vagamente enfatici, con un bel po' di strumenti, con qualche coro epico qua e là, e la minestra è fatta". Beh, l'impressione iniziale è stata smentita (almeno parzialmente): la seconda parte è decisamente migliore, le canzoni - pur non discostandosi da un pop orchestrale e mutante - hanno vita autonoma e si ascoltano con interesse. Rimane il fatto che, talvolta, l'entusiasmo di certa critica mi lascia perplessa. E, comunque, ne devono mangiare ancora di pagnotte per essere anche soltanto paragonati al gruppo canadese di cui sopra (non avevo voglia di nominarli per la terza volta nel giro di venti righe).
Crosby, Stills, Nash - Marrakesh Express/Blackbird
...il pop-rock elevato ad arte...

Per la par condicio...
...dopo averli citati parecchie volte a proposito dei Fleet Foxes...
...non potevano mancare loro, gli originals...

[E poi scusate, ma Stephen Stills da giovincello era parecchio, ma parecchio interessante...
]
P.S.: R.I.P. Richard Wright.
Bloomfield/Kooper/Stills - His Holy Modal Majesty
(Super Session, 1968)
La prossima volta che mi chiedono - domanda che in genere detesto - "Che genere di musica ti piace/ascolti?", giuro che invece di dilungarmi con tediose e spesso per me difficoltose risposte, o al posto di rispondere seccamente "Niente di quello che si sente alla radio", prendo l'iPod, offro gli auricolari al curioso/a e gli/le propongo l'opportunità di ascoltare la traccia numero 4 di Super Session, His Holy Modal Majesty.
Molto più efficace e diretto, e almeno non spreco fiato inutilmente.
Al Kooper ci mette il suo tripudio di tastiere e Mike Bloomfield il suo chitarristico improvvisare: il risultato è un aleggiante sentore psichedelico che si interseca con aromi blues. Dunque, una delizia assoluta e totale.
