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Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk...
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Howe Gelb - 'Sno Angel Winging It [Live, 2009] / Guano Padano - Guano Padano [2009]
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E anche questo 2008 è transitato...
...mentre mi preparo per quella irritante e inutile festa che è capodanno, ho deciso di deliziarvi con uno degli hobbies che più adoro: stilare le temute classifiche di fine anno
.
E quindi vai con il meglio di, il peggio di, i sopraccigli alzati e gli ascolti interrotti.
Buon 2009 a tutti, che sia un anno decente e pieno di ottima MUsica!

Top 10…
1) Fleet Foxes – Fleet Foxes (+ Sun Giant E.P.)
Il mio disco dell’anno 2008 coincide con quello di Pitchfork: devo iniziare a preoccuparmi? Non so se un album del genere sia ripetibile. Al momento me lo godo senza troppe paturnie ed ascendo alla mia serenità zen. Che è fatta di pop-songs perfette e senza tempo come queste.
2) Bonnie Prince Billy – Lie Down In The Light
Canzoni di struggente bellezza ci dona Will Oldham, sempre col cuore in mano, aperto, a mostrarci le sue gioie e i suoi rimpianti. Uno dei più grandi cantori del folk moderno?
3) Toumani Diabatè – The Mandè Variations
Le corde della kora di Toumani parlano un linguaggio universale, che arriva direttamente al cuore. Linguaggio che è lo stesso di un Ravi Shankar e di un John Fahey. Ed Elyne Road è una delle cose più struggenti ascoltate quest’anno.
4) Daniele Sepe - Kronomakia
Il musicista napoletano e la sua band incontrano l’Ensemble Micrologus, formazione dedita alla rilettura della musica medievale. Ne scaturisce un disco davvero originale, e pure spassoso, in cui sacro e profano, intenzioni colte e gusto per l’ironia si mescolano alla perfezione. E poi scusate, le avete mai sentite Norwegian Wood e Stayin’ Alive in latino, trasformate per l’occasione in Norwegiae Lignum e Vivimus?
5) Department Of Eagles – In Ear Park
Forse uno dei lavori più frequentati dal mio lettore nelle ultime settimane. Il leader dei Grizzly Bear (all’attivo un LP e un EP che mi fanno impazzire), insieme ad un compare dei tempi del college, confeziona un album che suona esattamente come un disco della casa madre. Ed è piacevole e rassicurante come una tazza di cioccolata calda (o di latte e miele, fate vobis): folk-pop altamente evocativo, con voci lontane e lievemente filtrate, acustiche pizzicate, viole a dare brumosa consistenza allo scenario sonoro, echi di campanelli che arrivano da quel great gig in the sky che attraversa talvolta il cielo, qualche deflagrazione elettrica come un venticello improvviso a scuotere i rami degli alberi…Ho reso l’idea?
6) Seun Kuti & Egypt 80 – Many Things
Il vero erede di Fela, non c’è Femi che tenga. Che. Disco. Meraviglia. Che groove, che funkeggiare, che chitarre, che testi. Che pezzi. Non si tratta solo di afro-beat, questo è puro e autentico distillato di rock’n’roll, da intendersi nel senso più ampio e più gioiosamente senza confini possibile.
7) Dead Man - Euphoria
La title track vale quasi il prezzo del biglietto. Si tratta comunque di un lavoro solido, meno fisico e viscerale rispetto all’omonimo debutto di questa band svedese, ma più rifinito e meditato, in una parola maturo. Personalissima sintesi di un modo di intendere il rock tipicamente sixties/primi seventies, con un occhio che guarda in particolare agli standard dell’acid-rock/acid-folk, consigliato a tutti gli amanti di Dead, Quicksilver Messenger Service, Country Joe & The Fish, ma anche Allman Brothers e Byrds.
8) Plants And Animals – Parc Avenue
Un pezzo come lo strumentale Guru riporterebbe alla Allman Brothers Band più jazz-blues, quella dispersa su languide e dolci Mountain Jams…se non fosse che la band in questione suona nell’anno 2008. I riferimenti, come si sarà intuito, sono ben più che evidenti (non solo il rock-blues venato di jazz dei fratelli Allman, ma anche CSN, e il Neil Young elettrico), ma sudore e passione, nonché brani di ottima caratura, mi hanno lasciato a bocca aperta.
9) Bellowhead - Matachin
La mia rivelazione di fine anno. Strano che mi sia sfuggito il precedente e loro primo album Burlesque (2006), specie quando Cilìa sul Mucchio lo definì come un capolavoro folk, degno erede di Liege And Lief dei Fairport Convention. In questa ‘big band folk’ (così li ha catalogati Onda Rock) rivivono non soltanto suggestioni del folk anglosassone, ma anche echi balcanici (Trip To Bucharest/The Flight Of The Folk Mutants) e persino battiti funk e swing. Davvero notevoli. Ne riparlerò l’anno prossimo.
10) Modey Lemon – Season Of Sweets
Il mio attuale power-trio preferito, i Modey Lemon da Pittsburgh. Picchiano in modo fantastico, forse in modo meno convincente rispetto alle uscite precedenti, ma sono questioni di peli di…cammello.

Altri 10 Panchinari Di Lusso…
11) Vinicio Capossela – Da Solo
Non ho ancora avuto modo di rendere davvero mio l’ultimo lavoro di Vinicio, forse bloccata o intimidita da una specie di timore (non chiedetemi di cosa, non lo so). Disco meno vulcanico e immediato di Ovunque Proteggi, e decisamente più personale. Alcuni brani, grazie anche a testi forse meno criptici del solito, sono come pugnali nel cuore. Sarà per questo che mi ci sto avvicinando gradualmente e senza mai abbassare in toto le difese?
12) Giant Sand - Provisions
Solidissimo lavoro per Howe Gelb: al solito, la tradizione americana riletta con la classe e con il rispetto del campione e col piglio geniale di chi non si è mai preso troppo sul serio.
13) Woven Hand – Ten Stones
Ho ancora qualche dubbio riguardo alla ripetitività della formula, sul piano musicale e anche contenutistico. Ma quando David Eugene Edwards scrive e suona pezzi come questi, grintoso e in stato di grazia, c’è poco da criticare.
14) Fuzz Against Junk – Netti Netti
Un frullatore di influenze diverse, dai krauti all’hard-psichedelia, fino a lambire territori acid-folk (un brano mi ricorda gli It’s A Beautiful Day, possibile?). Quello che potrebbero essere i Black Mountain ma non sono. D’altra parte ai Fuzz Against Junk non interessa tanto atteggiarsi a rocker fricchettoni, quanto suonare della buona musica.
15) The Alps - III
Meravigliosamente floydiano, questo trio dipinge estatici e suggestivi paesaggi a metà tra sonno e veglia. Per gli amanti dei Pink Floyd più atmosferici, di certo krautrock e del post-rock più vellutato e cinematico. Musica d’ambiente per canyon desertici.
16) Brightblack Morning Light – Motion To Rejoin
‘Musica oppiacea per gli anni 2000’, potrebbe essere il sottotitolo. Sebbene l’album sia suddiviso in brani, potrebbe tranquillamente essere considerato come un’unica, languida suite. Altre band, alle prese con materiale del genere, rischierebbero seriamente di spingerti in direzione della canna del gas, ma non questo duo. La parola ‘noia’ non è adatta a descrivere lo stato d’animo che si prova durante l’ascolto; le espressioni ‘assuefazione’ e ‘piacevole stato di distensione’ sono invece molto più calzanti.
17) The Welcome Wagon – Welcome To The Welcome Wagon
E’ lui o non è lui? E’ Sufjan in incognito o no? E’ davvero la balenga coppia di coniugi che risponde al nome di Vito e Monique Aiuto l’artefice principale di questa raccolta di ‘Folk Songs per tutte le età’? Sia come sia, in tempi sufjanici di vacche magre questo album è come manna dal cielo.
18) Ruby Suns – Sea Lion
Folk-pop ethno-friendly? Critico tanto le etichette ma poi sono io la prima ad utilizzarle, e, anzi, a coniarne di nuove. Rileggo la mia recensione di qualche mese fa, in cui parlavo di percussioni, chitarrine varie, fiati qua e là, spruzzate di synth-pop in odor di shoe-gaze, e di cori alla “Beach Boys cresciuti in Senegal o in Nigeria”. Un po’ esagerato questo paragone, ma la musica di questi ragazzi regala senza dubbio divertenti (ed estive, sigh) suggestioni.
19) Omara Portuondo & Maria Bethania – Omara Portuondo & Maria Bethania
Per spiegare il motivo per cui amo questo disco basterebbe un pezzo, Para Cantarle A Mi Amor. Anzi, facciamo due: quell’a-cappella a metà tra hip-hop e parlato firmato Omara, che risponde al nome di Lacho.
20) Paul Weller – 22 Dreams
Il mio battesimo welleriano coincide con i suoi 22 sogni. Che sono, tra le altre cose, incantevoli. Proposito per il nuovo anno: approfondire.
Special Mentions...
Mike Patton – A Perfect Place (OST)
The Raconteurs – Consolers Of The Lonely
Howlin Rain – Magnificent Fiend
Megafaun – Bury The Square (EP)
Dead Meadow – Old Growth
Ataxia – Automatic Writing
Melvins – Nude With Boots
The Black Crowes – Warpaint
The Owl Service – A Garland Of Song
Ralfe Band – Attic Thieves
The Acorn – Glory Hope Mountain
Castanets – City Of Refuge
Taj Mahal – Maestro
Crystal Antlers – Crystal Antlers (EP)
Hipbone Slim & The Knee Tremblers – The Sheik Said Shake
El Guincho – Alegranza!
The Black Angels - Directions To See A Ghost
Categoria "Fuori Quota Aka Dischi Speciali Usciti In Questo Anno Solare"...

Willie Nelson & Wynton Marsalis – Two Men With The Blues. Registrazione di un concerto tenuto nel gennaio 2007 dalla settantatreenne leggenda del country-folk a stelle e strisce Willie Nelson e dal trombettista jazz Wynton Marsalis (insieme alla sua band): folk, bluegrass, jazz, blues, ovvero decenni di musica e di storia americana (ri)narrate con il piglio e la statura dei grandi. E cacchio se swingano, e di brutto, ascoltate Caldonia per credere.
Buena Vista Social Club – Live At Carnegie Hall, NYC, 1 Luglio 1998. Niente, si commenta da solo. E’ la versione integrale dell’ormai storico concerto newyorkese del ’98. Roba da commozione istantanea.
Quintorigo Play Mingus. Il gruppo ormai orfano di John De Leo si cimenta con i capolavori mingusiani. Non sono un’esperta di jazz, ma dal mio piccolo posso dire che l’operazione è perfettamente riuscita. Fedeli ma non didascalici, personali ma non eccessivamente sovversivi.
Shelleyan Orphan – Helleborine (ristampa 1987). Mi auto-cito: “Gioiello del dark-folk inglese di fine anni ottanta, due voci – maschile e femminile – che, su un tappeto di archi, fagotto e clarinetto, ci donano gemme di romanticismo folk filtrate attraverso una personalissima sensibilità che guarda tanto ai modelli del passato (Tim Buckley, Pentagle, Bert Jansch), quanto al decadentismo tipicamente eighties dei loro contemporanei (This Mortal Coil, Cocteau Twins)”. Una autentica scoperta per me.
Tinariwen – Live At The Shepherds Bush Empire, London, December 2007 (DVD). Da guardare rigorosamente in piedi. Perché, se non siete di legno, il groove ipnotico dei Tinariwen vi farà dondolare e battere il piedino che manco ve ne accorgerete.
Roots Of Chicha: Psychedelic Cumbias From Peru. Non ho mai avuto occasione di parlarne, ma è uno spasso questa raccolta. Il titolo è programmatico: che si suonava in Perù a fine ’60? La cosiddetta Chica, che non è una bella ragazza, ma una commistione di suoni tipicamente andini, beat e psichedelia. Non solo per completisti psichedefili come me.
New Orleans Funk Vol.2 (Soul Jazz Presents). La colonna sonora ideale di un party in un mondo perfetto. Ma dato che non viviamo in un mondo perfetto tenetevi i Negramari e i Robbie Williamsss.

Canzone Dell'Anno...
Fleet Foxes – White Winter Hymnal. Ne ho già parlato a sufficienza, mi pare. Magica, da ascoltare prima di addormentarsi e la mattina appena svegli.
Categoria "Sopracciglio Alzato 2008 Aka Ritenta, Sarai Più Fortunato"...
Calexico – Carried To Dust. Ho sempre voluto posticipare questo momento…Diciamo che è un pelo migliore del precedente, ma i livelli di ispirazione di quella che era una autentica ‘musica di frontiera’ sono ormai lontani. Burns e Convertino (più sodali) rimangono ottimi musicisti, e il cameo di Vinicio in Polpo D’Amor è una gradevolissima sorpresa. Ma questo è semplicemente un lavoro discreto. Meglio affidarsi allora al Live At The Barbican del 2002, quando erano freschi di pubblicazione di Feast Of Wire, e con alle spalle ‘soltanto’ il repertorio costituito da Spoke, The Black Light e Hot Rail. Preferisco ricordarli così…
Oneida – Preteen Weaponry. Geniali e ‘avanti’ finché si vuole, ma la prima parte di questa trilogia (tre lunghe composizioni per un totale di quaranta minuti, il prossimo capitolo nel gennaio 2009?) gira un po’ a vuoto a mio avviso. Che poi non sono nemmeno così tanto originali, visto che il cosiddetto krautrock è roba di quasi 40 anni fa, e che suite sperimentali tra elettronica, visioni di rock in acido e spettri rumoristici le facevano pure gli Ash Ra Tempel nel ’71…
Motorpsycho – Little Lucid Moments. Da loro mi aspetto sempre il massimo, quindi li considero a tutti gli effetti ‘rimandati’, mi spiace: queste quattro lunghe suite di hard-psichedelia non mi hanno convinto affatto. Sarebbe stato meglio attendere, saggiamente, di accumulare materiale migliore. Ma il titolo, a quanto pare, svela l’arcano.
La Otracina – The Risk Of Gravitation. Forse ho capito come funzionano questi tre tizi: un disco pipparolo (Love Love Love, 2006) e un disco più accessibile e concreto (Tonal Eclipse Of The One, 2007), in alternanza. Eh, se il mio ragionamento fila, questo era l’anno delle velleità sperimentali…Non un malloppone come Love, Love, Love, tuttavia non lo trovo particolarmente a fuoco.
Ry Cooder – I, Flathead. E’ pur sempre un fuoriclasse, e proprio per questo motivo (in modo simile ai Motorpsycho), con il buon Ry sono più severa. Disco che scorre via senza particolari guizzi, in cui il tocco della sua slide non riesce a nascondere il livello non eccelso delle composizioni e il generale senso di ‘maniera’ che emerge in modo evidente.

Steven R.Smith – Owl. Avevo apprezzato molto il suo disco a nome Hala Strana, Heave The Gambrel Roof (2007), bizzarra ma affascinante commistione di suoni est europei e divagazioni drone/psycho-folk (sì insomma, quella roba lì). Questo lavoro omonimo invece è la classica pippa a cavallo tra ambient, rumori assortiti e atmosfere folk apocalittiche. Sconclusionato e auto-referenziale.
Steve Von Till – A Grave Is A Grim Horse. Un pacco assurdo. E’ ciò che succede quando si sconfina oltre il proprio campo di competenza. Per un corso di cantautorato dark-folk prego rivolgersi al Professor Mark Lanegan, e alla scuola Angels Of Light (chiedere del Signor Michael Gira), per dottorato/specializzazione.
Categoria "Non Ancora Adeguatamente Ascoltati, Ma Che Comunque Mi Hanno Fatto Un’ Impressione Almeno Decente Se Non Proprio Buona"...

Samamidon – All Is Well. Un solo giro nel lettore, ma l’impressione è che questo songwriter folk abbia stoffa, e parecchia.
Bon Iver – For Emma, Forever Ago. Un po’ statico e monocorde, ma il pathos c’è, eccome; da nominare anche solo per il poetico romanticismo del titolo.
Sigur Ros – Quella Roba Lì. Ultimamente non ascolto più molto post-rock, ambient et similia, e di conseguenza anche i miei amati Sigur ne hanno risentito. Due/tre ascolti e per giunta nel periodo estivo, decisamente troppo pochi e collocati nella stagione meno indicata. Vero, avrei potuto rimediare in autunno, ma l’ispirazione non è arrivata. In stand-by.
Portishead – Third. Avrei voluto inserirlo nei panchinari, o almeno nelle special mentions, ma non gli avrei reso giustizia; meglio ascoltare il terzo album dei Portishead, atteso da anni dieci, nel momento giusto e con la calma e concentrazione che album del genere meritano.
Isobel Campbell & Mark Lanegan – Sunday At Devil Dirt. Sentito una sola volta quando non ero in vena, indi da riprendere assolutamente in mano.
Spiritualized – Songs In A & E. Non immediatissimo, ma mi sembra che la sostanza non manchi. D’accordo, è pur sempre il pop-soul a tinte psichedeliche di Jason Pierce, ma pezzi come Soul On Fire e Baby I’m Just A Fool sono dolci delizie.
The Dodos – Visiter. Troppo lungo, tre o quattro pezzi in meno avrebbero giovato a questi folk-rockers, dilatati ma sin troppo prolissi, laddove i Fleet Foxes cercano la pop-song perfetta. Nel complesso promettenti, li attendo alla prossima uscita.
Brian Jonestown Massacre – My Bloody Underground. Disco di uno scuro ma di uno scuro che opprime; difficile, da riascoltare meglio.
Dr.John – City That Care Forgot. Le mie orecchie non sono granché avvezze a questo genere di musica (sono più a mio agio col Dottor John versione Night Tripper, eh), ma sento che alla lunga potrebbe regalarmi soddisfazioni.
Okkervil River – The Stand Ins. Seguito del bellissimo The Stage Names dello scorso anno, la pur scarsa frequentazione mi fa pensare ad un lavoro un po’ sotto tono rispetto al predecessore. Grande band ad ogni modo.

Categoria "Schifezzuola 2008"...
Black Mountain – In The Future. Cito semplicemente uno dei miei pusher e mentori, l’amico G. Turra “…di Mars Volta bastano e abbondano quelli che già ci ritroviamo tra i piedi”. Punto.
The Black Keys – Attack And Release. Un duro colpo per me che apprezzo (-avo?) questo duo rock-blues; una noia pazzesca, la languida grinta del loro sound mortificata dalla produzione di Danger Mouse. Sigh.
The Mars Volta – The Bedlam In Goliath. RONFFF Non ho più parole per descrivere RONFFF lo stato di sonno profondo RONFFF indottomi dall’ascolto di un disco di Bixler & Co RONFFF. Valga questa recensione, con la quale mi trovo in assoluta sintonia.
Tv On The Radio – Dear Science. Vado contro corrente ma ne sono fiera: disco ruffiano, niente a che spartire coi due precedenti.
Categoria "Se Li Sento Nominare Ancora Una Volta Giuro Che Vomito"...
Giusy Ferreri. Per la serie ‘Basta scimmiottare la Amy Winehouse di turno, la quale scimmiotta la Amy Winehouse vera, la quale scimmiotta Etta James/Dusty Springfield/Billie Holiday, etc…’. (Per la cronaca: 1) Amy Winehouse tutto sommato non mi dispiace, e la sua backing band mi sembra scelta con i contro-cocomeri; 2) Vi porgo le mie più sentite scuse per aver messo nella stessa frase i termini ‘Giusy Ferreri’ e ‘Etta James/Dusty Springfield/Billie Holiday).
Sanremo. Ogni anno la solfa inizia sempre prima, sooner and sooner. Help. I need somebody. Not just anybody. Soltanto qualcuno che spazzi via l’esercito dei bolsi sanremesi e delle nuove proposte che di nuovo non hanno un fico secco.
X-Factor e tutti i suoi beoti. Siamo nell’epoca dei Grandi Fratelli, delle Isole dei Famosi, delle Talpe e dei Survivor, quindi di cosa mi stupisco?
Che belli sono gli auto-regali vero? Di quelli che...
IO: "Oh guarda, cacchio, è esattamente quello che desideravo! Ma come hai fatto?"
SEMPRE IO: "Eh eh, nessuno ti conosce meglio di me!"
IO: "Grazie, grazie davvero. Mi leggi nel pensiero!"
GINO (IL MIO LETTORE): "Ma con chi stai parlando?"
IO: "Con me stessa! Non sai quanto è importante l'auto-dialogo?"
Ecco, questo è uno dei regalucci che SEMPRE IO mi ha fatto. E ci ha preso, non c'è che dire...

Tinariwen - Live @ The Shepherds Bush Empire, Londra (Dicembre 2007)
1. (Prequel) Assawt N'chet Tamashek
2. Chet Boghassa
3. Aldechen Manin
4. Cler Achel
5. Toumast
6. Arawan
7. Imidiwan Winakalin
8. Assouf
9. Amassakoul N'tenere
10. Arghane Manine
11. Matadjem Yinimixan
12. Tismetten

Sono in sette i Tinariwen. Due elettriche (talvolta tre) in costante dialogo, una acustica, un bassista, un percussionista, ed una corista e hand-clapper (sebbene tutti i componenti della band contribuiscano ai cori e ai battiti di mano, indispensabili metronomi del ritmo). E tengono il palco in un modo incredibile. Sinuosi, verrebbe da dire. Ibrahim - vocalist principale, chitarrista elettrico sublime e fondatore della band - è il più schivo: concede pochi sorrisi, ma bada molto alla sostanza. Gli altri membri del gruppo si dimostrano, a dispetto della tradizionale tenuta Tuareg che in alcuni casi lascia scoperti soltanto gli occhi, molto calorosi e comunicativi. C'è Abdallah, detto anche Catastrophe - chitarra acustica, cori e hand-clapping - che incita sovente il pubblico, con il sorriso sincero di chi si sta divertendo un mondo e vuole rendere gli astanti partecipi della sua gioia. Poi c'è Alhassane, detto Leone del Deserto - chitarra elettrica, cori e hand-clapping - che quando è libero dal ruolo di terza chitarra si diletta in una danza 'da trance', totalmente avvinto dalla musica, e pronto a dirigere con movimenti delle mani l'orchestra del pubblico ("...lo fa per scaldare gli spettatori", dicono i compagni nei dietro le quinte che si alternano alle immagini del concerto). E non posso dimenticare il mio mito, Eyadou, da me ribattezzato "il bassista salterino", vi lascio indovinare il perchè.

Lo dice Justin Adams, loro produttore e ospite chitarristico nei due bis conclusivi, ed è pure il motivo per cui i Tinariwen stanno riscuotendo (meritatamente) un successo che va ben al di là di Africa ed Europa. Incarnano lo spirito più autentico e sincero del rock'n'roll. E nell'anno domini 2008, quasi 2009 ormai, trovo molto più rock'n'roll loro di qualunque gerontosauro ancora ostinatamente in vita (leggi alla voce 'Stones' o 'AC/DC'), e di qualsivoglia band di ventenni che propongono l'ennesima pippa garage-beat-new wave-punk'n'roll.
Nell'ambito di un sound generalmente ipnotico, in cui hand-clapping, percussioni, e mantra corali ripetuti anche diverse volte nel corso di un brano ne costituiscono l'intelaiatura essenziale, i Tinariwen dipingono - a mio modo di vedere - due tipi di canzone. Ci sono i pezzi, prevalenti, in cui i riff delle due (talvolta tre) elettriche e i loro ispirati intrecci la fanno da padrone: Cler Achel, Amassakoul N'Tenere, la devastante Assouf (otto minuti di desertica psichedelia), e le gioiose Imidiwan Winakalin e Matadjem Yinmixan (suonata nei bis finali insieme a Justin Adams in una versione superba ed esaltante). E poi ci sono i brani di impronta chiaramente acustica, tratti per lo più dal primo repertorio della formazione, come Chet Boghassa, Toumast (elettro-acustica, per la verità, e tratta dall'album più recente), e la magnifica (e inedita) Assawt N'Chet Tamashek, pezzo che fa da prequel al concerto e da sottofondo ad alcune riprese che immortalano il gruppo in attimi di vita desertica e in momenti totalmente differenti, quelli del tour in giro per l'Europa (ora diventata Mondo).

C'è anche spazio per un altro inedito nel finale, una Tismetten energica e dal ritmo a dir poco trascinante, con il mio bassista salterino (vedi foto sopra) che dà il meglio di sè in una danza forsennata.
(Prequel) Assawt N'Chet Tamashek
Cler Achel
Indovina indovinello: chi sono questi due loschi figuri?

Aiutino. Comincio a mettervi sulla buona strada suggerendovi cosa non sono:
a) due comparse della nuova commedia dei fratelli Cohen
b) i nuovi protagonisti della serie Ugly Betty
c) due hippies in incognito
Okkay, visto che non ci sareste comunque arrivati, vi concedo un big fat HINT. Che inizia con Suf- e finisce con -evens.

Ma andiamo con calma. Ricordate Vito's Ordination Song, da Michigan? Ecco, il Vito di quella canzone è tal Vito Aiuto, pastore presbiteriano nonchè grande amico di Sufjan. Questi, insieme alla moglie Monique, ci ha fatto - a noi poveri fan sufjanici privi di nuovo materiale del nostro idolo - un grande regalo di Natale. Anzi, chissà mai che il maggior artefice del suddetto dono non sia Mr.Stevens stesso medesimo. Già, perchè - sebbene la frase sulla copertina reciti "Pastor and wife join voices in sacred folk songs for All Ages" - noi che siamo ormai sufficientemente smaliziati non ci facciamo prendere per il naso da quei birbantelli della Asthmatic Kitty...
The Welcome Wagon - Welcome To The Welcome Wagon (Asthmatic Kitty Records, 2008)
1. Up On A Mountain
2. Sold! To The Nice Rich Man
3. Unless the Lord the House Shall Build
4. He Never Said A Mumblin' Word
5. Hail To The Lord's Anointed
6. But For You Who Fear My Name
7. American Legion
8. You Made My Day
9. Half A Person
10. Jesus
11. I Am A Stranger
12. Deep Were His Wounds, And Red
Le informazioni ufficiali parlano di disco 'prodotto da Sufjan Stevens', il quale fa anche da garante e presentatore della coppia di artisti. Hmm, viene però il dubbio che ci abbia messo lo zampino anche in fase di scrittura, poichè l'album potrebbe tranquillamente passare per una sua raccolta di inediti, B-Sides e out-takes. Poco male, considerato che il livello delle composizioni è decisamente buono, e l'atmosfera è quella del Sufjan più mistico-trascendente (zona Seven Swans), tra folk-pop orchestrale e gospel; c'è persino un brano di quelli da antologia, I Am A Stranger, e una delicata cover di Jesus dei Velvet Underground.
In ogni caso trattasi di ascolto gradevolissimo.
Ah, Sufi...se per caso ti venisse voglia di produrre un mio ipotetico disco...non c'è urgenza eh, puoi anche terminare la tua serie dei 50 stati, tanto te ne mancano solo 48...
[MP3]: Sold! To The Nice Rich Man

Echo & The Bunnymen
All at sea again
And now my hurricanes have brought down this ocean rain
To bathe me again
My ships a sail
Can you hear its tender frame
Screaming from beneath the waves
Screaming from beneath the waves
All hands on deck at dawn
Sailing to sadder shores
Your port in my heavy storms
Harbours the blackest thoughts
Im at sea again
And now your hurricanes have brought down this ocean rain
To bathe me again
My ships a sail
Can you hear its tender frame
Screaming from beneath the waves
Screaming from beneath the waves...
All hands on deck at dawn
Sailing to sadder shores
Your port in my heavy storms
Harbours the blackest thoughts
All hands on deck at dawn
Sailing to sadder shores
Your port in my heavy storms
Harbours the blackest thoughts
All at sea again
And now my hurricanes have brought down this ocean rain
To bathe me again
My ships a sail
Hear its tender frame
Screaming from beneath the waves
Screaming from beneath your waves
Screaming from beneath the waves
Screaming from beneath the waves
All hands on deck at dawn
Sailing to sadder shores
Your port in my heavy storms
Harbours the blackest thoughts
Cento di questi risvegli mattutini accompagnati da pezzi del genere...
In attesa del fatidico Best Of 2008, faccio gli auguri a tutti gli Stefani con un pezzo scelto - in maniera alquanto random - dal repertorio dei Grateful Dead
.
Grateful Dead - Saint Stephen
(Playboy After Dark, 1969)

La qualità video è pessima, ma l'importanza storica del reperto e il livello almeno decente dell'audio mi hanno convinta a postarlo comunque. Sì, lo so, è pure tronco, ma se volete ascoltarvi la versione completa basta infilare nel lettore Aoxomoxoa, o se avete dieci minuti e siete in vena di dilatazioni jammose potete affidarvi al Live Dead (o un qualsiasi altro live del periodo).
E poi ho giusto qua accanto a me uno dei regalini che mi sono fatta...

...sì, giurin giurello che l'interno della confezione contiene proprio una versione cartonata in 3-D della piana di Giza, con tanto di piramidi, Sfinge e cielo notturno coi pianeti adeguatamente allineati...
In effetti mi domandavo cosa fossero tutti quegli strati interni di cartone che intravedevo attraverso la confezione chiusa...eh, scommetto che lo hanno escogitato appositamente come sorpresa natalizia per i Dead fans, che sono peggio dei bambini, è risaputo
.
Odetta - House Of The Rising Sun
(Live 2005)
So che non è molto natalizio come clip, ma non riesco a smettere di ascoltarla mentre canta quella che è forse la più toccante e solenne versione di House Of The Rising Sun in cui mi sia mai imbattuta. Una roba da pelle d'oca. O da pianto isterico istantaneo. Maremma.

Che peccato averla conosciuta così tardi...
Ma sapete che c'è? La sua musica rimane, e non vedo l'ora di buttarmici a pesce.
Odetta - Water Boy
Odetta - Midnight Special

The Alps - III
(2008)
Chi: Jefre Cantu-Ledesma (Tarentel), Alexis Georgopoulos (Arp, Tussle), Scott Hewicker (Troll)
Cosa: III
Ovvero: la suggestiva ed estatica colonna sonora di un viaggio tra fantasmi floydiani (Labyrinths, una sorta di compromesso tra 'Echoes' e 'Breathe', Hallucinations), echi cinematici (tra Morricone, Cloud One, e 2001 Odissea Nello Spazio, Echoes) ed ambient (Trem Fantasma), e mistici riverberi orientaleggianti (A Manha Na Praia, con tanto di xilofono, sitar e feedback finale).
Brani scelti: A Manha Na Praia, Cloud One, Trem Fantasma
Consigliato agli amanti di: Pink Floyd, Ghost, del krautrock a vostra scelta, il post-rock più cinematico
Dischi satellite: Pink Floyd The Dark Side Of The Moon, Pink Floyd Meddle, Valley Of The Giants Valley Of The Giants, Savage Republic Ceremonial, Lanterna Highways
Daje n'ascoltata: Soundweave Blog
Buon Natale :-)

Sufjan Stevens - That Was The Worst Christmas Ever
(Live @ The Olympia, Dublin)
Ovvero...
...Unidentified Flying Santas...


Shelleyan Orphan - Helleborine
(1987, ristampa 2008)
Midsummer Pearls And Plumes
Epitaph Ivy And Woe
Blue Black Grape
One Hundred Hands
Cavalry Of Cloud
Southern Bess/A Field Holler
Anatomy Of Love
Helleborine
Jeremiah
Seeking Bread And Heaven
Melody Of Birth
Chi: Caroline Crawley e Jemaur Tayle
Cosa: Helleborine
Ovvero: ristampa, curata da Rough Trade, di uno dei segreti più gelosamente custoditi del dark-folk inglese di fine anni ottanta: due voci, maschile e femminile, che - su un tappeto di archi, fagotto e clarinetto - ci donano gemme di romanticismo folk filtrate attraverso una personalissima sensibilità che guarda tanto ai modelli del passato quanto al decadentismo tipicamente eighties dei loro contemporanei.
Un brano scelto: Cavalry Of Cloud
Consigliato agli amanti di: This Mortal Coil, Dead Can Dance, Cocteau Twins, Tim Buckley, Nick Drake, Pentagle, Damon & Naomi
Dischi satellite: Tim Buckley Goodbye And Hello, This Mortal Coil It'll End In Tears, Cocteau Twins Treasure, Pentagle Basket Of Light.
Shelleyan Orphan - Cavalry Of Cloud
Shelleyan Orphan - Southern Bess (A Field Holler)