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Nome: FeDz
Ho un'anima profondamente rock-blues con psichedeliche propaggini lambite da oceani folk...
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Facciamo un bel brainstorming al contrario: vi rivelo una serie di parole chiave (senza distrattori, mi sento magnanima oggi), e voi dovete indovinare di chi si tratta.
Pronti?
Viola
Chitarre
Banjo
Harmonium
Percussioncine varie stile tablas
Atmosfera bucolicamente lisergica
Che dite? Holy Modal Rounders?
Risposta da psycho-nerd, molto apprezzata maaaa...è sbagliata.
Altro tentativo, coraggio.
Kaleidoscope?
No. Nè quelli inglesi nè quelli americani. Comunque fuochino. Siamo in area hippie folk, come avrete dedotto...
Altro giro altro regalo.
The Incredible String Band allora?
Fuocherrimo...
E va bene, vado con la risposta definitiva. La accendiamo.

C.O.B. - Spirit Of Love (1970)
C.O.B. sta per Clive's Original Band. Che sborone questo Clive, nevvero? Beh, d'altra parte il Nostro era uno dei componenti della Incredible String Band, che inizialmente si affacciò al panorama psycho-folk come trio (Williamson-Heron-Palmer).
Pur restando nell'alveo di un folk dalle forti tinte esoterico-misticheggianti, con tutta la strumentazione e l'immaginario del caso, la band di Clive Palmer si discosta dal gruppo madre per un approccio a mio parere meno cervellotico e più genuinamente 'umano'. Ciò significa, tuttavia, meno punte di stramba genialità: i livelli di The Hangman's Beautiful Daughter non abitano da queste parti, e Spirit Of Love resta un album 'minore' di quegli anni.
Ma è un disco godibilissimo se apprezzate la gentaglia sopra menzionata. E pure se vi piacciono le cose più baroccheggianti dei Pentagle e di John Renbourn.

Spulciando nella mia libreria mi sono resa conto di aver accumulato, oltre a buona parte della discografia Faheyana, parecchio materiale prodotto dai suoi discepoli, vecchi e nuovi, più e meno dichiarati e talentuosi, o in ogni caso da artisti che condividono con lui ben più del virtuosismo in un particolare strumento.
John Fahey. Il genio della sei corde, colui che mi ha fatto innamorare di un suono. O meglio, di un modo di intendere un certo tipo di suono.
Ciò premesso, senza alcuna pretesa vi propongo una scaletta che non segue alcun criterio, sia esso cronologico o tecnico-stilistico. Consideratela dunque per quello che è, un susseguirsi di tappe. Le tappe del mio viaggio alla scoperta di questo pianeta musicale fatto di note in punta di dita, rumori e melodie.
*Nota: e Ry Cooder, Richard Thompson, Tim Buckley, John Martyn, e Nick Drake (che pure se la cavava assai bene con l’acustica)? E che è, ho parlato di compilation, mica della grande enciclopedia della chitarra
.
John Fahey, Takoma & Beyond (Link)
John Fahey – On The Sunny Side Of The Ocean (da The Transfiguration Of Blind Joe Death, 1965). Non ho parole per descrivere, ignorante come sono, il genio di quest’uomo. Posso solo ringraziarlo. Ho scelto questo pezzo fra mille altri perché non manca mai di emozionarmi, e perché simboleggia davvero La Sponda Soleggiata Dell’Oceano.

Glenn Jones – David And The Phoenix (da Against Which The Sea Continually Beats, 2007). Faheyano fino al midollo, in veste solo può esprimere al massimo la sua talentuosa ortodossia. Album bellissimo. Chissà quanto si sarà emozionato incidendo un disco insieme al maestro, dal titolo nientepopodimenoche “The Epiphany Of Glenn Jones”. Ma questa è un’altra storia.
Cul De Sac – The Moon Scolds The Morning Star (da ECIM, 1992). Il gruppo di Glenn Jones, giustappunto. Una commistione fra indie-rock, noise, wave e folk. La Luna rimprovera la stella del mattino, con una spiritata slide in odor d’Oriente. Haunting.
Robbie Basho – Dravidian Sunday (da The Seal Of The Blue Lotus, 1965). Altra figura chiave delle uscite Takoma nei 60’s, Robbie Basho fu un altro virtuoso della steel guitar acustica. Immaginate un John Fahey a bassa fedeltà, influenzato dai suoni e dalle filosofie orientali (un nome: Ravi Shankar, l’incontro col quale risultò cruciale). E’ roba pazzesca, e questa Dravidian Sunday sembra letteralmente sospesa tra Oriente e campi del Midwest. [A sinistra: Robbie Basho].
Bruce Langhorne – Opening (da The Hired Hand O.S.T., 1971). Sessionman di lusso dei 60’s (una su tutti: la sua partecipazione a Bringing It All Back Home di Dylan), Bruce Langhorne ha composto in proprio solo un paio di colonne sonore. Una di esse è The Hired Hand, accompagnamento musicale dell’omonimo western di Peter Fonda, ed è un piccolo (più che altro per la sua durata, 24 minuti) capolavoro. Le note di copertina non parlano di chitarra, bensì di banjo, violino e sitar. Ma non sottilizziamo: questa è musica per praterie immense, cieli blu e cuori inquieti. [Sotto: Bruce Langhorne].

Leo Kottke – Ojo (da 6 & 12 String Guitar, 1969). Altro virtuoso dello strumento, Leo Kottke fu uno dei protetti di John Fahey. Da avere per intero questo 6 & 12 String Guitar, uscito nel 1969 per la Takoma sotto l’egida del maestro. Peccato che la tendinite lo abbia costretto a modificare parzialmente il suo modo di suonare, abbandonando il primitivo fingerpicking di faheyana memoria.

Sandy Bull – Manha De Carnival (da Inventions For Guitar & Banjo, 1964). Compositore e polistrumentista (banjo, chitarra, pedal-steel, oud), a Sandy Bull piaceva mischiare elementi del folk dei 60’s con la tendenza all’improvvisazione e alla sperimentazione; notevole il repertorio di cover strumentali, che vanno dall’interpretazione acustica – con il banjo – dei Carmina Burana fino a Bach. Il suo stile fingerpicking per chitarra e banjo ha contribuito ad avvicinare il suo nome a quelli di John Fahey e Robbie Basho. Ostico ma decisamente avanti, vi propongo la sua resa di Manha De Carnival (Luiz Bonfà), datata 1964.
Alexander Tucker – Poltergeists Grazing (da Portal, 2008). Suggestioni acustiche affogate in un mare di distorta elettricità. Poltergeists Grazing è l’incipit del terzo album di Alexander Tucker, figura per certi versi accostabile a quella di Ben Chasny (aka Six Organs Of Admittance). Non immediato, rivela sfumature fascinosamente interessanti dopo ripetuti ascolti.

Jim O’Rourke – Bad Timing (da Bad Timing, 1997). Avrei potuto scegliere una qualsiasi delle quattro tracce di Bad Timing, ma ho optato per il brano che dà il titolo al disco, perché sono dieci minuti paradisiaci. Fingerpicking iniziale, e poi quella melodia celestiale dipinta da xilofono e fisarmonica. Musica per le schiere angeliche. Il tributo di Jim O’Rourke all’idolo Fahey è personalissimo, splendidamente sentito e ispirato come poche cose targate 90’s. [Sotto: Jim O'Rourke e John Fahey prima del 2001].

Gastr Del Sol – Bauchredner (da Camofleur, 1998). Cosa succede? Lo sapete, vero, cosa succede nel pezzo conclusivo dell’album più melodico e pietoso (nei confronti delle nostre orecchie e della nostra pazienza) della premiata ditta O’Rourke/Grubbs? Fingerpicking schizzato, poi una coda che è un tripudio gioioso di fiati che manco…non lo so, ma è piacevole come un bel piatto di pasta al termine di una giornata impegnativa. Slurp.

Roy Montgomery – The Soul Quietens (da Temple IV, 1995). Cinematico e atmosferico come pochi altri, questo chitarrista avant-garde neozelandese. Il brano è tratto dal suo lavoro del 1995, Temple IV, forse il suo più notevole: una sorta di viaggio trascendentale avvolto in una nebbiolina lo-fi. Affascinante.
[A destra: Roy Montgomery].
Six Organs Of Admittance – The Desert Is A Circle (da The Sun Awakens, 2006). Quasi morriconiana nel suo incedere suggestivo. Ben Chasny, sempre al confine tra ambient-drone e folk chitarristico, è una delle figure più interessanti degli ultimi anni in questo ambito, forte di una discografia ormai consistente e di indubbio spessore.
Ben Reynolds – Here Toucheth Blues (da Two Wings, 2008). Brano dalla grazie immane per questo chitarrista scozzese con alle spalle già differenti progetti. Sei corde, in solitaria, quasi interamente improvvisato. Fa parte della medesima scuderia di Glenn Jones/Cul De Sac e Harris Newman: praticamente una garanzia.
Sir Richard Bishop – Canned Goods And Firearms (da Polytheistic Fragments, 2007). Personaggio enigmatico e originale il Messer Richard, si situa in una ipotetica terra di mezzo, contesa tra echi di Fahey, influenze orientali e suggestioni di Django Reinhardt. Personalmente lo adoro, lui e la sua genialità, evidente già dal titolo di uno dei suoi lavori, While My Guitar Violently Bleeds. Avrete sicuramente dedotto che abbiamo a che fare con un tizio piuttosto eclettico, che mi ha reso la scelta alquanto difficile. Ho finito per lasciarmi sedurre dall’andamento swingante di Canned Goods And Firearms, ma domani potrei anche cambiare idea. D’altra parte i frammenti di Bishop sono politeistici, dunque mi perdonerà se per oggi mi sono fatta stregare dagli echi gitani del brano di cui sopra. Domani chissà.

James Blackshaw – Stained Glass Windows (da The Cloud Of Unknowing, 2007). Personalissima la tecnica del giovane James Blackshaw, dotato chitarrista londinese. Incantevole e con un che di spirituale questo suo album del 2007, chiuso da una lunga e notevole composizione, Stained Glass Windows.

Harvestman - Eibhli Ghail Chiuin Ni Chearbhail (da In A Dark Tongue, 2009). Steve Von Till, in libera uscita dai Neurosis, non gode delle mie simpatie in veste di cantautore folk. Lo trovo invece parecchio interessante in versione chitarrista drone/psych. Si tratta di materiale cupo ma al contempo ammaliante, basato sulla reiterazione dei suoni e sul mantenimento di un’atmosfera che non saprei come definire. Avete visto Il Labirinto Del Fauno di Guillermo Del Toro? Ecco, siamo da quelle parti. All’incirca.
Jack Rose – Red Horse (da Two Originals Of, 2004). Non si poteva non citare il deus ex machina della band avant-folk Pelt, che china il capo in segno di rispetto verso i grandi maestri ma al contempo sorprende per personalità. Red Horse è la traccia iniziale del suo disco del 2004, un lungo fluire in punta di dita che precipita nel finale: da brividi. [A destra: Jack Rose].
Harris Newman – Opera House Stomp (da Decorated, 2007). Un incalzante stomp dalle ritmiche trascinanti e dallo stile chitarristico inconfondibile, questo estratto dall’album Decorated. Lui è Harris Newman , ingegnere del suono con la passione della chitarra e del basso, compagno di label di Glenn Jones e Ben Reynolds. Nome da appuntare, non si sa mai.
Lichens – Bune (da Omns, 2007). Si colloca su un versante ambient-drone/noise questo progetto di Robert Lowe, ex leader dei 90 Day Men. Rumoroso e straniante, Omns è un disco monolitico, e la prescelta Bune è apocalittica e maestosa. I critici di Onda Rock ci hanno sentito Hendrix che jamma insieme a Jerry Garcia, con la benedizione di John Fahey. Giusto per dare un’idea. [A sinistra: Robert Lowe].
Jorma Kaukonen – Genesis (da Quah, 1974). Libero dall’acid rock dell’Aeroplano Jefferson, così come – sebbene momentaneamente – dal sacro fuoco blues degli Hot Tuna, Jorma ci dona una delle sue performance più ispirate. Tratto da Quah, il suo capolavoro del 1974. [Sotto: Jorma Kaukonen].

Bill Frisell – Ghost Town/Poem For Eva (da Ghost Town, 2000). Chitarrista sublime ed eclettico, il buon Frisell sa regalare, altresì, gemme che talvolta poco hanno a che vedere con il jazz, e molto invece con blues, country e folk intimistici. Suonato, al solito, con classe immensa.
[Sotto: Bill Frisell].

Bert Jansch – Henry Martin (da Jack Orion, 1966) . E’ vero che finora si è veleggiato – per lo più – sui mari della American Primitive Guitar, e che così facendo si rischia di divagare, ma qualche Brit in questa compilation ci doveva pur essere, no? E chi meglio di Bert Jansch col suo fingerstyle? Album meraviglioso questo Jack Orion, suonato insieme al sodale John Renbourn, e in cui a mio parere si trascendono i canoni del cantautorato folk inglese di quegli anni. I quasi dieci minuti della title track sono sufficientemente esplicativi, ma io mi sono innamorata della misteriosa Henry Martin. [A sinistra: Bert Jansch].
John Renbourn – Song (da John Renbourn, 1965). Per ogni Jansch esiste un Renbourn, giusto? Sentivo doveroso citare anche lui, amico e compagno di musica di Bert, in duo come nei Pentagle. E’ dolce questa Song, tratta da un timido ma già promettente debutto. E non scordiamo poi quale notevole chitarrista fosse. [Sotto: John Renbourn].

Fred Neil - Cynicrustpetefredjohn Raga (da Fred Neil, 1969). La figura di Fred Neil è strettamente legata al mondo dei songwriters di classe, quelli appartenenti alla categoria dei ‘pesi massimi’. Tuttavia il Nostro era pure un chitarrista sopraffino, e questo ipnotico raga di otto minuti né è la prova lampante.

Attendo umilmente i vostri preziosi suggerimenti.

Monks - Black Monk Time
[1966]
L'hobby di cinque militari texani di stanza a Francoforte, Germania, a metà degli anni '60?
E' semplice: gettare le basi per parecchio rock a venire!
Non lasciatevi intimidire (o anche sì) dal loro look, fa tutto parte del personaggio. Ma occhio, non è solo fumo, al contrario.
Paranoici, deliranti eppure sarcastici e taglienti. Ben poco melodici, o meglio, melodici a proprio modo (Love Came Tumblin' Down, I Can't Get Over You, Love Can Tame The Wild), con un uso delle ritmiche per cui molte band kraute del decennio successivo (ma anche prima) avrebbero ringraziato. Immaginatevi un Bo Diddley teutonico che declina il suo tipico beat su sponde garage infestate di distorsioni e sporcizia sonora, condito con abbondanti feedback chitarristici, una voce e dei cori sempre sull'orlo dello scompenso psicotico (Oh, How To Do Now, We Do Wie Du), e un onnipresente hammond che contribuisce a rimarcare la schizofrenia ritmico-melodica.
Shut Up ("Shut Up! Don't Cry!"), Cuckoo, Boys Are Boys And Girls Are Choice, Higgle-Dy-Piggle-Dy, I Hate You, Drunken Maria...sono tutti dei classici istantanei.
Disco di culto, ma anche notevole sul piano storico.
E suona fantasticamente attuale.


Sir Victor Uwaifo - Guitar Boy Superstar, 1970-76
[Soundway, 2008]
1. Kirikisi 2. Igboroho 3. Idogo 4. Egbe Natete 5. Edenederio 6. Obodo Eyo 7. Talking Instruments 8. Agho 9. Iye Iye Oh 10. Mother Witch-Shu Husu Hu 11. Atete 12. Ebibi 13. Osalobua 14. Do Lelezi 15. Akuyan 16. Dododo 17. Madaka 18. Happy Day From Me To You 19. West African Safari
Io mi esalto quando scopro personaggi del genere. Sì, personaggi come Sir Victor Uwaifo.
L'inizio della recensione che Tiny Mixtapes fa di questa compilation è, a mio modesto avviso, grandiosa:
Fuck Vampire Weekend. No, seriously: to paraphrase Dr. Gonzo, those swine should be fucked, broken, and driven across the land. Why make do with watery, lite-FM spoiled goods from those smirking poachers when you can buy organic, straight from the far more deserving farmers who coaxed this stuff out of the ground in the first place?
Della serie, "perchè portarsi a casa roba annacquata come il Tavernello quando ci si può accaparrare i prodotti direttamente dal contadino, in tutta la loro naturale genuinità?".
Ecco, appunto. Perchè ascoltare quattro fighetti con la polo di Ralph Lauren che probabilmente non hanno mai schiodato le chiappette dalle loro graziose abitazioni, e non uno dei detentori dei segreti della musica nigeriana, nonchè geniale chitarrista spesso stilisticamente paragonato a sua maestà Jimi in persona?

Questa compilation raccoglie materiale del periodo 1970-1976, ed è un tripudio di ekassa, ovvero il genere di musica con cui tradizionalmente venivano incoronati i re. Ekassa, sì, rivisitata dal Guitar Boy in questione. Quindi immaginatevi ritmi afro-cubani e calypso che entrano in collisione e piacevolmente si fondono con un immaginario funk, rock e soul mutuato tanto dalle sponde al di là dell'Atlantico quanto da chi all'epoca giocava in casa e pure bene (un Fela Kuti per tutti, e non se ne parli più).
A tratti la chitarra di Messer Victor pare davvero prendere il volo verso empirei simil psichedelici (Agho, Ebibi, Idogo, per citarne alcune), altre volte è la spensieratezza afro-caraibica di ritmi e suoni a farla da padrone, come in Kirikisi, o nella deliziosa Happy Day From Me To You. West African Safari invece si discosta essenzialmente dal resto della scaletta, suonando quasi fusion (!).
La Musica non si fermerà, andrà sempre avanti, imperterrita. Dove non è dato saperlo.
Nel frattempo, personalmente, preferisco spulciare tra le pieghe del passato, ringraziando gli dei della ristampa, internet e gli appassionati che, alla maniera dei palombari, si tuffano a raccattare preziose gemme perdute e le condividono con noi.
Paul Kantner & Jefferson Starship - Have You Seen The Stars Tonight
(Blows Against The Empire, 1970)
Have you seen the stars tonite
Would you like to go upon "A" deck and look at them with me
Have you seen the stars tonite
Would you like to go up for a stroll and keep me company
Do you know
We could go
We are free
And place you can think of
We could be
Have you seen the stars tonite
Have you looked at all the family of stars


Come mi snocciola statistiche, record stagionali e varie ed eventuali il Mamolino su Sky non me li snocciola nessuno, neanche Flavio Tranquillo. Non so, ha un che di rassicurante vedere il suo faccione e la sua riga in mezzo da bravo ragazzo sul teleschermo.
Ahò, c'è gente che si rilassa guardando il Grande Fringuello, io stacco la spina coi play-offs NBA, magari pure con le final four di Eurolega, quando arriverà il momento. E col faccino di Mamoli che mi racconta come sia quasi scontato che i Lakers vinceranno ad ovest, che Lebron probabilmente vincerà il premio di MVP, che il ginocchio di Garnett cercherà di fare un miracolo per giocare i play-offs, che Ginobili resterà fuori fino a fine stagione e che le due giovani squadre su cui puntare un dollaruccio nei prossimi anni sono Portland e Chicago.
Ah, la tensione sulle spalle già mi si allenta al solo pensiero.


Municipale Balcanica - Fòua [2005]
1. Arlecchino - 4.53
2. Odessa Bulgarish - 3:00
3. (Intro) Dio è Zingaro - 4:16
4. Dio è Zingaro - 4:21
5. Ale Brider - 2:34
6. Fòua - 4.32
7. (Intro) Hava Nagila - 3:44
8. Hava Nagila - 4:04
9. Carovana - 5:22
10. Araber Tanz - 6:01
11. Unique Sun, Unique Blood! - 4:09
12. Rigoudon - 3:52
13. Alì Bienvenù! - 5:53
14. Pinuccio - 5:36
Giorgio Rutigliano - basso elettrico
Raffaele Tedeschi - chitarra elettrica, folk, acustica e voce
Raffaele Piccolomini - sax tenore
Michele De Lucia - clarinetto
Paolo Scagliola - tromba
Armando Giusti - sax tenore e sax soprano
Livio Minafra - fisarmonica e pianoforte
Michele Rubini - tuba
Alessandro Paparella - grancassa e chitarra classica
Luigi Sgaramella - batteria e djambè
Nicolò Marziale - darabuka e tammorra
Guests
Pino Minafra - tromba in 3 e 14
Filomena De Leo - voce recitante in 3 e voce in 4 e 14
Anna Cellammare - voce in 4 e 14
Carlo Porfido - violino in 5 e 8
Michele Marzella - trombone 3, 4, 6, 13 e 14
Fòua - ciao in macedone - è stato letteralmente consumato dal mio stereo negli ultimi tempi. E' per questo motivo che sono in affannosa ricerca del nuovo lavoro, Road To Damascus, esaurito da Buscemi un paio di settimane fa.
Ma andiamo con ordine.
Fòua è l'esordio discografico della Municipale Balcanica, un gruppo di giovani musicisti provenienti da varie zone della Puglia.
Balcani, ma non solo. Tradizione klezmer (Araben Tanz), yiddish (Odessa Bulgarish), ebraica (Hava Nagila), così come reminiscenze popolari italiane confluiscono nella loro musica, in cui tutto viene mescolato e sapientemente orchestrato grazie ad un'attitudine gioiosamente free.
Free nel significato più ampio del termine, nel senso di approccio realmente libero da preconcetti, che attinge con spontaneità e lucidità tanto dalle fonti sopra citate quanto dal jazz, sia nei suoi accenti free e rumoristici sia nelle sue vesti più popolari e bandistiche, e dal rock. Paradigmatica, in tal senso, Alì Bienvenù!, che spiazza e travolge con un intermezzo metal (!), pazzesco ma al contempo in grado di risultare in un certo modo sensato (all'inizio si rimane a bocca aperta, ma tempo una decina di secondi ci si ritrova ad annuire battendo il piede...).
Echi caposseliani emergono nella travolgente Arlecchino (una sorta di Marajà, se vogliamo), mentre la versione del traditional yiddish Hava Nagila è stata definita da Folk World - apprendo da una loro intervista - come una delle migliori degli ultimi trent'anni. Ed è sufficiente ascoltarla per capire il perchè.
Mirabile pure la conclusiva Pinuccio, otto minuti inizianti come un canto popolare che si tramuta gradualmente in gioioso e irrefrenabile crescendo bandistico, culminante nel rumore di autentici fuochi artificiali.
Insomma, i Gogol Bordello al confronto sembrano una banda di simpatici musicanti senza troppe pretese, con più appeal (vedi abiti di scena stilosamente gypsy-punk, e partecipazione del cantante alla pellicola Ogni Cosa E' Illuminata, film bellissimo, ad ogni modo), ma sicuramente con minore talento.
Questi ragazzi di Terlizzi li accosterei piuttosto al progetto musicale di Emir Kusturica (Unza Unza Time del 2000, disco di riferimento e consigliatissimo), sebbene propongano - almeno in questo esordio del 2005 - per lo più brani strumentali.
Ecco, se soltanto potessi mettere le mani su Road To Damascus...
Hava Nagila
Arlecchino
Mulatu Astatké - Tezeta
La mia ninna-nanna definitiva.
Che dolce lasciarsi cullare sulle onde di questo sax carezzevole.


Paolo Angeli - Tessuti: Paolo Angeli Plays Frith & Bjork
[Recommended Records, 2007]
Eccolo dov'era finito. Erano mesi che cercavo questo disco in mezzo alle mie cianfrusaglie. Ad un certo punto ho persino pensato di essermelo immaginato. Ma come spiegare quel suono, a metà tra una chitarra elettrificata e un violoncello, che ancora mi riecheggiava in testa?
Paolo Angeli è un musicista sardo, considerato - a ragione - autentico prodigio della chitarra sarda preparata, una chitarra modificata e suonata con l'archetto, tra le gambe, alla maniera di un violoncello.
E produce, vi alludevo poco sopra, un suono unico, molto particolare.
Il disco, ormai uscito due anni fa, è ripartito equamente tra pezzi autografi ed interpretazioni personali di brani del maestro Fred Frith (polistrumentista e sperimentatore inglese, noto soprattutto per la sua attività di chitarrista avant-garde) e di Bjork.

Angeli è un musicista di formazione jazz, ma credo che non si offenderà nessuno se a questo punto tiro in ballo i termini 'post-rock' e 'rock da camera'. Sì perchè francamente le trame di Tessuti (eh, scusate il gioco di parole) paiono incarnare, a mio modesto avviso, uno dei pochi sentieri sensati e genuini a cui attribuire il nome e il significato di 'post rock', nel senso ampio di superamento del concetto stesso di rock.
Sto parlando dell'atmosfera straniante e magica che avvolge questo disco, ma anche della passione sincera e del genio di questo musicista.
Non entrerò nel dettaglio dei pezzi, sarebbe arduo per me descriverveli, e so già che butterei giù una serie di frasi senza capo nè coda.
Vi lascio semplicemente con questo video clip, credo molto più efficace di qualunque parola.
Incredibile come riesca a fare tutto da solo e a dar vita ad un sound corposo e stratificato, aiutandosi con la pedaliera per la parte ritmica ed interagendo con il suo personalissimo strumento facendone sgorgare suoni, effetti ed umori diversi. Passando dall'uso dell'archetto al fingerpicking - notate come le corde siano in doppia serie e collocate trasversalmente le une alle altre - , e con quella sorta di piccola elica rotante che a sua volta giunge a pizzicarle, Paolo Angeli crea quello che per me, oggi come oggi, ha ancora senso chiamare post-rock.
Con tanti saluti ai Mogwai.
E agli Explosions In The Sky.
E a tanti, tanti altri.