Roberto Juan Rodriguez - Timba Talmud
[Tzadik, 2009]
Tzadikology
La Hora - 6:21
El Sabor del Shabat - 5:18
Mambo Kitsch (Para Susie) - 2:42
The Son of 2nd Avenue - 7:38
Kids Club Chá-Chá - 4:54
Descarga 1492 - 6:03
Danzonete Emanuel - 4:20
Timba Talmud - 5:42
Havana Shmoltz - 2:32
Babailón! - 5:55
Oran Oran (Homage to Maurice "Papi" el Medioni) - 10:07
Moishe's Lullaby - 4:21
Oyemayá (Para Barack Hussein Obama "Omó" "Ochá") - 10:19
Tzadikology è un posto fantastico, una autentica miniera di gemme preziose, non solo zorniane. Se fosse un luogo reale me lo immaginerei come un quartiere meticcio abitato da musicisti che, ora frullando diverse influenze, ora semplicemente accostandole con gusto e umiltà, creano una fetta di mondo unica, vibrante.
Roberto Juan Rodriguez non fu solo il batterista e percussionista di Joe Jackson e dell'incarnazione cubana di Marc Ribot, i Los Cubanos Postizos, ed il suo sito racconta meglio di quanto potrei fare io la storia di questo talentuoso multistrumentista e compositore.
C'è poco da dire e molto invece da sentire in questo Timba Talmud, disco a dir poco sorprendente. Una sintesi di ritmi cubani e cultura ebraica, musica klezmer a spasso con salsa, boleri e cha-cha-cha; in alcuni frangenti spunta persino, piacevole ed inaspettato, un organetto in odor di sixties andati.
Senza dubbio una delle cose più fresche e al contempo di spessore ascoltate quest'anno.
"There’s always the tear factor in the music, but you can lose yourself. It’s a relief when you dance and let yourself go, when everything’s okay.”
Volete ascoltare un disco bello uscito da poco, anzi, non solo bello, ma bello bello bello? Che è in grado di curare tutti i malanni di stagione e non solo?
Cesaria Evora - Nha Sentimento
[Lusafrica, 2009]
1. Serpentina 3:31
2. Verde cabo di nhas odjos 4:10
3. Vento de sueste 4:44
4. Ligereza 3:52
5. Zinha 3:35
6. Fatalidade 3:51
7. Esperança di mar azul 4:04
8. Sentimento 4:27
9. Tchôm frio 3:51
10. Noiva de ceu 4:04
11. Holandesa co certeza 3:00
12. Resposta menininhas de Monte Sossego 3:58
13. Mam’ bia é so mi 4:16
14. Parceria e irmandade 4:09
Certi quartieri di Lisbona, a fine agosto, erano tappezzati del viso imperfetto e splendidamente espressivo di questa signora, patrimonio di Capo Verde. Come se non bastasse, qualche tempo fa il padre di una mia amica mi informò che si era esibita a pochi chilometri da casa mia, a mia totale, frustrante insaputa. Ovviamente reclamizzazione dell'evento pari a zero: e che cacchio, i cartelloni pubblicitari, almeno quelli a carattere "artistico-culturale", dalle mie parti sono quasi interamente dedicati alle fantastiche, imprescindibili e infinite cover band della zona, no? Vi sembra che si possa trovare un posticino per la diva dai piedi scalzi? Maddai, non scherziamo...
Che tristao, Cesaria. Per fortuna ti si può ascoltare almeno su disco. Ed è una delizia.
Devendra Banhart - What Will We Be
[Warner, 2009]
01 Can’t Help but Smiling
02 Angelika
03 Baby
04 Goin’ Back
05 First Song for B
06 Last Song for B
07 Chin Chin & Muck Muck
08 16th & Valencia, Roxy Music
09 Rats
10 Maria Leonza
11 Brindo
12 Meet Me at Lookout Point
13 Walilamdzi
14 Foolin’
Ero un po' scettica, vi dirò la verità. Forse pensavo che HippyHareKrishnaDevendra stesse iniziando a preoccuparsi più di look e fidanzate famose che non di musica. Se poi consideriamo che trattasi del primo disco per una major, il rischio poteva anche prendere forma in maniera ben più concreta.
La carne al fuoco, come è buon costume dell'ultimo Devendra, è tanta, sulla falsariga del precedente Smokey Rolls Down Thunder Canyon (2007). E' evidente che il Nostro si trova ancora nel pieno del suo personale tragitto artistico che lo sta portando piano piano a svincolarsi dal free(freak)-folk, più o meno lo-fi, degli esordi e ad abbracciare una gamma di suoni e di fonti di ispirazione ben più vasta.
Poco male, perchè ad accoglierci sulla soglia di ingresso dell'album ci pensa Can't Help But Smiling, una pop song perfetta, deliziosa nei suoi arpeggi e giri di basso rotondi. Ma è meglio non mettersi troppo comodi, perchè Angelika parte folk per poi sciogliersi in salsa (come direbbero gli anglofoni, no pun intended), e per l'occasione Devendra passa dall'inglese al cantato in spagnolo. Quizzone: nominate una delle maggiori influenze del nostro amico. Vi concedo un indizio, inizia con BO- e finisce con -LAN. Yes, Baby è Marc Bolan puro, con quell'attitudine un po' così e quella voce un po' così, ed è anche il primo dei tre brani contenuti nell'EP che ha preceduto il disco. Goin' Back, esattamente come dice il titolo, sembra piombata qui grazie ad una improbabile quanto eccitante fenditura spazio-temporale, una roba che, per dire, si sarebbe potuta ascoltare il giorno X del mese Y su una radio di San Francisco giusto una quarantina di anni fa, un country-folk alla Stills/Nash con tutte le carte in regola. Un intenso Devendra pianistico affiora in First Song For B, mentre Last Song For B è la sua sorellina chitarra e voce con lap-steel in sottofondo, similmente essenziale e ispirata.
Fin qui tutto abbastanza prevedibile, no? Ed ecco arrivare, giusto quando stavo per accomodarmi distratta sul divano, un Banhart in versione crooner jazz-blues, con Chin Chin & Muck Muck: spazzole, piano, sax...non faccio in tempo ad appoggiare il didietro che, al minuto uno e quaranta, lo script viene allegramente scompaginato. Parte una sorta di intermezzo etno-tropicalista che si protrae fino a quando il Nostro si stufa di nuovo e spariglia brevemente le carte per poi tornare, tempo una manciata di secondi, ai ritmi tropidelici di prima...EH?
Se 16th & Valencia Roxy Music è un pop-rock abbastanza convenzionale, Rats va a colmare la lacuna presente alla voce psych/acid-rock. Incedere vagamente inquietante (ma molto vagamente, chè si sa, il nostro amico non si piglia troppo sul serio), cui contribuiscono un basso cupo nonchè la voce di Devendra, mai così morrisoniana nel mood (non certo nel timbro). Ma non temete, anche questo pezzo muta, grazie ad un'apertura acid-blues collocabile dalle parti di certi Steppenwolf (vengono in mente pure i repentini cambi di tempo degli Josefus di Dead Man)...
Maria Lionza è secondo me la canzone più affascinante, con quegli arpeggi di chitarra spiritati, un clarinetto, dei cori allucinati, delle note di pianoforte...in sostanza un freak/acid-folk alla maniera di Country Joe & The Fish, il cui minuto finale regala una psycho-samba su cui Mr. Banhart e soci si divertono a ripetere il mantra Who do you love?. E tutto torna magnificamente. Brindo prosegue il discorso con una bossanova mai così credibile nelle mani del Nostro.
E a questo punto mi parte un altro deja-vu musicale di quelli potenti e suggestivi: la bella Meet Me At Lookout Point pare un altro pezzo sognante alla Country Joe, quelli di I Feel Like I'm Fixin' To Die. Ecco che mi appaiono all'orizzonte della memoria uditiva le leggiadre e sospese Magoo, Colors For Susan...
Walilamdzi è un folk west-coastiano, dolce e melodico il giusto, mentre si termina con Foolin', hippy-reggae spensierato che chiude la baracca e col quale si torna tutti a casa felici e contenti. The End.
Credo sia doveroso sottolineare come non tutto sia perfettamente a fuoco: spesso, infatti, gli improvvisi cambi di "scenario sonoro" - anche all'interno dello stesso pezzo - sembrano rispondere più ad una esigenza formale che non strettamente emotiva. Tuttavia il nostro hippy degli anni 2000 preferito si mantiene sempre su livelli compositivi più che ottimi, questo bisogna dirlo, e il frullato di west-coast/tropicalismi assortiti + bossanova/acid-folk di What Will We Be suona comunque convincente ed ispirato.
Il dubbio permane, perchè ormai le orecchie sono diventate (sigh) smaliziate e ciniche: ci è o ci fa, Devendra Banhart?
Sapete che vi dico? Poco importa, finchè resta fedele a se stesso e continua a deliziarci a questo modo.
Ronin - L'Ultimo Re
[2009]
1. L'Ultimo Re
2. Fuga Del Prete
3. Meandro
4. Lo Spettro
5. Tre Miniature
6. Bleedingrim
7. Venga La Guerra
8. Morte Del Prete
9. Morte Del Re
nano uppolo oppure nano eccolo (grazie borguez!)
Il nuovo disco dei Ronin di Bruno Dorella spacca, e manda allegramente a fare in chiurlo molti dei cosiddetti 'post-rockers' contemporanei. Dove con 'post-rock' ci si riferisce ormai ad un 'genere' inteso in senso molto ampio, in cui il criterio alla base della categorizzazione si basa di più su un'affinità di concetto e di sentire, piuttosto che su una somiglianza sul piano strettamente musicale/sonoro. O almeno, questa è l'idea che mi sono fatta in questi ultimi anni.
La colonna sonora di un film immaginario è l'espressione più gettonata per descrivere L'Ultimo Re (2009). Si tratta infatti di un lavoro interamente strumentale, che alterna attimi più (in)quieti e malinconici (L'Ultimo Re, Lo Spettro, Tre Miniature, Morte Del Re), e composizioni che a tratti emanano sentori mediterranei e quasi orientali (Meandro, Venga La Guerra), e che in altri casi, quando puntano ad un taglio più rock, potrebbero rappresentare ipotetici scenari sonori da folk-blues a metà tra periferia e deserto, perfetti per un rauco e sublime cantato alla Lanegan (Fuga Del Prete, Morte Del Prete).
Il tutto in un continuo, fascinoso fluire.
Veramente un bel disco.
Group Inerane - Guitars From Agadez Vol.1
[Sublime Frequencies, 2007]
1. Kuni Majagani
2. Awal September
3. Ano Nagarus
4. Tenerte
5. Nadan al Kazawnin
6. Telilite
7. Tenere Etran
8. Ikab Kabau
9. Ashal Wali Tigeli
10. Kamu Talyat
Group Bombino - Guitars From Agadez Vol. 2 [Sublime Frequencies, 2009]
1 Tenere
2 Imuhar
3 Kamoutalia
4 Amidinine
5 Boghassa
6 Imouhare
7 Issitchilane
8 Kamu Telyat
9 Eronafene Tihoussayene
Here for them both
Avete presente le Guitars from Western Sahara? Non sto parlando tanto di Tinariwen, Terakaft e Etran Finatawa, quanto dei loro parenti ancora più grezzi e lo-fi scovati da quegli appassionati volponi della Sublime Frequencies. Tipo quella roba che sembra registrata in mezzo ad un incasinatissimo mercato africano, se non proprio una field recording poco ci manca, che risponde al nome di Group Doueh.
Ecco, siamo esattamente da quelle parti. Qualora aveste dunque sbragato per la purezza r'n'r-psych-blues del Group Doueh di cui sopra, avrete di che sbragare di nuovo.
Group Inerane e Group Bombino. Da non crederci. Fantasmagorici.
I primi suonano ruvidi e con un'irruenza a tratti quasi punk (dio mio, ascoltate Nadan Al Kazawnin che cos'è!), con una sezione percussiva sorprendentemente potente (non solo clap hands e tamburi tradizionali, ma anche una batteria vera e propria). I secondi, forse più simili a dei Tinariwen acustici, o anche agli Etran Finatawa del secondo disco (che capolavoro di canzone è Amidinine?), non disdegnano comunque la componente elettrica e delle ritmiche quasi dance (le incredibili Boghassa e Imouhare).
Che dire, se non Guitars From Agadez Rulezzzz???

Dengue Fever - Sleepwalking Through The Mekong [2009]
Questi qua potrebbero piacere a Tarantino.
E potrebbero venire dalla Cambogia, i Dengue Fever. E potrebbero pure essere una garage-rock band come la si potrebbe intendere dalle loro parti, con la giusta commistione di sonorità tipiche (The Orphan, cantata a cappella da un bimbo) e suggestioni mutuate dall'occidente. Potrebbero, ma non è proprio così.
In realtà il gruppo è stato fondato nel 2001 da una coppia di fratelli di Los Angeles che, rimasti folgorati da un viaggio nella terra dei khmer, ha deciso di reclutare una vocalist scovata in un locale di Phnom Penh e di dedicarsi ad un aggiornamento psichedelico della surf music cambogiana degli anni '60.
Hanno finora all'attivo quattro album e due mini. Il precedente, Venus On Earth (2008), non mi aveva impressionato un granché, era un disco semplicemente curioso e gradevole, ma privo di particolari guizzi. Questo Sleepwalking Through The Mekong (2009), uscito anche su DVD contenente un concerto documentario, ha invece un gran bel quid. Ok, secondo retroscena svelato: si tratta di una sorta di raccolta di materiale loro, live e cover.

Molti episodi hanno un taglio per lo più surf/pop-syke: farfisa, chiattarrine distorte il giusto, qualche fiato qua e là, il tutto declinato secondo una sensibilità per così dire orientaleggiante, per scelta di melodie, uso di sporadici strumenti tradizionali e soprattutto per il particolare cantato in lingua madre della vocalist (Dondung Goan Gay, la title track, Tip My Canoe). Ci sono un paio di pezzi strumentali sui 2-3 minuti, Seeing Hands e March Of The Balloon Animals, che non sfigurerebbero in una raccolta simil Nuggets, così come la filastrocca Mou Pei Na e l'acidamente stupidina Today I Learnt To Drink.
C'è poi un brano registrato dal vivo, Ethanopium, che - come lascia intuire il titolo - fa dell'ethio-jazz e delle cadenze electro una cosa sola, ma con un retrogusto psichedelico in più. E vabbè, vi svelo anche questa: si tratta di una cover di Mulatu, chevvedevodì.
Quando il gruppo si lascia trasportare dall'anima più 'tradizionale' i risultati sono altrettanto interessanti, come nel fascinoso strumentale da nebbiose alture orientali Master Kong Kai; stesso discorso per la bella pop-ballad Hummingbird.
E, sempre restando in tema di Nuggets potenzialmente gradite al Signor Quentino, merita una special mention la conclusiva One Thousand Tears Of A Tarantula: 6 minuti e 40 secondi di lisergici giri di basso, chitarrine fuzz, cantato allucinato, farfisa nel pieno del suo fulgore, e fiati ancora una volta in odor di ethio-jazz (in questo senso la coda Phnom Chisor Serenade, che sembrerebbe suonata da un Getatchew Mekurya, è ben più che esplicativa...occhio che, se magari mi informo meglio, scopro che è davvero così...).
Degli abili frullatori di influenze questi Dengue Fever o degli onesti e appassionati etnomusicologi? Dopo aver letto alcune cose sul loro conto, visto clips e foto di loro concerti nel sud-est asiatico, mi sono convinta della seconda.
Mi hanno stupito. Mi piacciono.

Mi cospargo il capo di cenere, non li avevo mai ascoltati prima d'ora.
Come si dice? Mind blowing.
Pazzi, pazzi ritmi per ragazzi con l'eterno nervosismo.
Mi scappa un post. Non riesco proprio a farne a meno.
Oh, non c'è niente da fare. Con chi la musica non la mastica è difficile capirsi, o anche arrivare ad un minimo di condivisione, se non emotiva almeno concettuale, di ciò di cui si sta parlando. La mia è una semplice constatazione, vagamente amarognola ma pur sempre fatta col sorriso, di una certa tendenza in fatto di ‘musica’, in senso molto lato. E' una specie di punto della situazione, che tra le altre cose si riconnette al tema del mio primo post su questo blog (non metto il link per decenza, perché rileggendolo provo un mix di tenerezza/divertimento/imbarazzo, reazione consueta rispetto a cose mie scritte tempo fa).
Ad ogni modo...
...ragaaaaaaaa, la situazione non è per nulla rosea. Per nulla confortante. Mi spiace prendere sempre i miei amici, persone squisite e brillanti, come cavie per esprimere il mio punto di vista, ma nessuno meglio di loro incarna la categoria dell'ascoltatore medio, categoria a dir la verità assai variegata al suo interno. A tal proposito, negli ultimi anni di frequentazione, ho riscontrato i seguenti sottogeneri:
1) Musica questa sconosciuta: quelli che di musica non gliene fotte proprio, e dal loro punto di vista sono i più giustificati (non sanno cosa si perdono ma saranno ben cazzi loro);
2) Musica? Oh sì, ascolto sempre la radio!: quelli a cui la musica interessa relativamente poco (ma non fateglielo notare, vi direbbero l'esatto contrario), e quindi si sbevazzano tutto ciò che viene propinato loro dalle radio nazionali e/o da TV musicali più o meno indegne;
3) I "disillusi": quelli che si sono stufati della solita musicaccia, ma che non sanno bene, per tutta una serie di fattori interagenti, dove cercare la cosiddetta Altra Musica; si tratta della sottocategoria più semplice da agganciare, almeno sulla carta.
Rimarrebbe esclusa la categoria dei musicofili teoricamente pronti per diagnosi clinico-psichiatrica, ovvero quelli per cui i termini passione e ossessione sono ormai sinonimi difficilmente separabili (tipo...io).
Ad ogni modo, ho già premesso che gli appartenenti al sottogenere 1 sono per così dire giustificati e coerenti nel loro disinteresse quasi totale verso la materia oggetto di dibattito, dunque non mi soffermerò più su di loro.
Gli appartenenti al sottogenere 2 sono forse quelli che suscitano maggiore tenerezza. Sebbene non siano descrivibili nei termini di coloro di cui sopra, mostrano di avere un pizzico di confusione in testa. A differenziarli dal sottogenere 3 (come vedremo meglio in seguito) è un duplice aspetto: un atteggiamento molto naif - privo, sia chiaro, di pregiudizi di sorta - nei confronti della cosiddetta 'musica', e - diretta conseguenza di tale attitudine - l'assenza di una motivazione all'approfondimento (raramente utilizzano i mezzi informatici in questo senso). Che ricadute pratiche ha tutto ciò sul piano della comunicazione? E' presto detto. Riporterò ora qualche loro credenza specifica a titolo esemplificativo:
- considerare Giusy Ferreri, Laura Pausini ed Amy Winehouse come le più grandi interpreti femminili attuali (si noti, altresì, la confusione tra piani artistici differenti tra i primi due casi ed il terzo);
- credere che i Negramaro facciano 'rock';
- pensare che la totalità della 'musica latinoamericana' sia rappresentata da ciò che viene propinato ai corsi di ballo;
- considerare "Everybody Needs Somebody To Love", "Barbara Ann", "Surfin' USA", "YMCA", "Hot Stuff", "Stayin' Alive" ed altri come brani simbolo della categoria musicale che va sotto la fantomatica nonché alquanto fumosa denominazione di ANNI '70, genere che, agli occhi delle suddette persone, assume il fascino kitsch e ingenuo dei bei tempi andati, quelli dei parrucconi, dei John Travolta 40 chili fa e dei pantaloni a zampa.
E tutto ciò, perdonate la ripetizione, in assoluta buona fede. Capirete, dunque, come qualunque possibilità di aggancio risulti praticamente impossibile con loro, in maniera simile al sottogenere 1.
L'ultimo sottogenere, quello dei cosiddetti disillusi, è quello più ostico, nonostante le apparenze possano, inizialmente, far pensare il contrario. Nondimeno è eticamente consigliato effettuare almeno uno o più tentativi di aggancio, a seconda della ricettività e dell'ampiezza di vedute dei soggetti in questione, realizzabili per via verbale o tramite musicoterapia graduale (accorgimento necessario ad evitare primi impatti traumatici che metterebbero a repentaglio la continuità terapeutica).
I "disillusi" sono quelli che vi dicono chiaramente che ohibò, per radio e su MTV non trovano più nulla di interessante, e che sono giustamente stufi del solito piattino preconfezionato e premasticato da inserire nel micro-onde. Si tratta, attenzione, di una richiesta di aiuto in cui permane una nota di ambiguità o comunque ben lungi dall’essere esplicita, dietro la quale si celano maldestri tentativi di ‘aiuto fai da te’. Molto probabilmente vi confideranno che, da un po’ di tempo a questa parte, si sono fatti attirare dal magico e allettante mondo del web, una ragnatela di possibilità pressoché infinite, in cui è però altrettanto facile perdere l’orientamento qualora ci si addentri senza una guida che sappia il fatto suo. Dunque potrete rinvenire, sui loro pc, cose apparentemente lontanissime come le discografie di Queen e Backstreet Boys (ripescati per la disperazione), passando per quello che viene da loro definito come ‘rock pesante’ (Linkin Park, Avril Lavigne) e per della ‘roba tranquilla’ (incredibile ma vero, Iron & Wine, per motivi colonnasonoristici di film del momento). Il carattere egosintonico di tali scelte e la presenza di marcati preconcetti nei confronti di molti dei rappresentanti della cosiddetta Altra Musica (es: “Capossela è uno stronzo sinistroide che non so bene chi sia ma che, nelle sue due canzoni che ho ascoltato, parla esclusivamente di politica!”) renderanno la possibilità di aggancio come una sfida allettante ma al contempo assai difficoltosa.
Da ciò si deduce chiaramente come la strada da percorrere sia ancora lunga e tortuosa, ma uno spiraglio, benché minimo, può e deve sussistere.
I mondi sono così distanti e senza alcuna possibilità di comunicazione? Non prendiamoci in giro, la risposta non può che essere affermativa. Ma, nonostante abbia ormai ricevuto dozzine e dozzine di sguardi a metà tra il confuso e lo scettico, non mi voglio arrendere.
E poi inizio a farci il callo.
To all my friends: deheh, con immutata stima e simpatia :-)
Le mie giornate afro-funk-jazz continuano grazie alla Strut, e alla quarta uscita della serie Inspiration Information. Difficile risultare all'altezza della puntata precedente...vi faccio una breve, anzi brevissima sinossi: London meets Addis. Eh sì, Mulatu e gli Eliocentrici.
Se proprio dunque non si può eguagliare la portata storico-artistica dell'album suddetto, si può comunque jammare insieme e vedere cosa salta fuori...

L'esperimento di ibridazione tra il leggendario batterista di Fela Tony Allen e il biondo finnico intrippato di afro-jazz, funk e lounge Jimi Tenor (accompagnato dai fidi Kabu Kabu) si rivela ben più di un semplice meeting buono per l'ora dell'aperitivo. D'altra parte, coi nomi coinvolti è difficile che le cose siano scontate.
Il disco scivola via che è una meraviglia tra un groove e l'altro, l'atmosfera è rilassata al punto giusto, e i pezzi rivelano, ascolto dopo ascolto, una consistenza invidiabile.
Tra le migliori uscite di questo 2009, e non soltanto se si scorrono gli album catalogati sotto 'jazz/funk'.
Grazie-merci-degnhiu, ANALOG AFRICA. In super-maxi ritardo, sono finalmente riuscita a mettere le mie zampe di avvoltoio su questa splendida compilation, Legends Of Benin, una collezione di materiale inciso tra il 1969 e il 1981 da ANTOINE DOUGBÉ, EL REGO et Ses Commandos, HONORÉ AVOLONTO e GNONNAS PEDRO & His Dadjes Band, ovvero quattro baldi musicisti provenienti da questo piccolo paese africano, il Benin (yes, paese di origine dell'altrettanto incredibile Orchestre Poly, tra l'altro qui presente!).


1. Dadje Von O Von Non - Gnonnas Pedro & His Dadjes Band
2. Feeling You Got - El Rego et Ses Commandos
3. Honton Soukpo Gnon - Antoine Dougbé
4. E Nan Mian Nuku - El Rego et Ses Commandos
5. Tin Lin Non - Honoré Avolonto & Orchestre Poly-Rythmo
6. Okpo Videa Bassouo - Gnonnas Pedro et Ses Panchos
7. Ya Mi Ton Gbo - Antoine Dougbe & Orchestre Poly-Rythmo
8. Nou Akuenon Hwlin Me Sin Koussio - Antoine Dougbé
9. Djobime - El Rego et Ses Commandos
10. Na Mi Do Gbé Hué Nu - Honoré Avolonto
11. Vimado Wingnan - El Rego et Ses Commandos
12. Dou Dagbé Wé - Honoré Avolonto & Black Santiago
13. Kovito Gbe De Towe - Antoine Dougbé
14. La Musica en Verité - Gnonnas Pedro & His Dadjes Band
Se avete abbondantemente apprezzato, come me, la precedente uscita della ANALOG AFRICA, ovvero questa qua a sinistra (Orchestre Poly-Ryhtmo de Cotonou, The Vodoun Effect: 1972-1975 Funk & Sato from Benin's Obscure Labels), allora andate più che mai decisi e fiduciosi QUI. Non ve ne pentirete.